Moratorie sui prestiti, Abi vuole la proroga

Bankitalia: "Sono 350mila le famiglie coinvolte dalla misura sui mutui"

Moratorie sui prestiti, Abi vuole la proroga

Le moratorie sui prestiti, varate per fare fronte al Covid, devono essere prorogate oltre il 30 giugno o si rischiano danni incalcolabili. A chiederlo ieri, dopo le dichiarazioni a favore già rilasciate dalla Bce e da Bankitalia, è stata l'Abi in seguito all'incontro tra il presidente Antonio Patuelli e il direttore generale Giovanni Sabatini con il commissario europeo all'Economia, Paolo Gentiloni. La decisione, ricorda l'Abi, spetta agli organi dell'Unione Europea, a iniziare dall'Eba. Sarebbe «sbagliatissimo», secondo l'Abi, interrompere le moratorie a giugno, «quando la pandemia e i suoi effetti economici non sono certo conclusi».

Solo nel 2020, secondo una nota di Palazzo Koch sono state 350mila le famiglie aderenti alla moratoria sui mutui (il 12% di quelle indebitate). «Al termine del periodo di sospensione, una quota di nuclei familiari che hanno beneficiato della misura potrebbe avere difficoltà a riprendere il regolare pagamento delle rate», sostiene Bankitalia secondo cui «è pertanto cruciale definire il termine delle moratorie e distribuirne gli effetti nel tempo», anche perché «la mancata estensione potrebbe generare difficoltà di rimborso da parte delle famiglie con un conseguente incremento dei crediti deteriorati nei bilanci bancari».

Con la fine della sospensione dei pagamenti «le banche hanno due possibilità: pretendere il pagamento delle rate o mettere a sofferenza i clienti insolventi con un enorme impatto sociale ed economico» ha dichiarato Lando Maria Sileoni, segretario della Fabi, su La7 per poi aggiungere: «Se anche fallisse il 10% delle imprese con i prestiti sospesi, in un istante salterebbero migliaia di posti di lavoro». Più in dettaglio, secondo la Fabi a fine giugno, quando scadranno le moratorie su quasi 300 miliardi di prestiti bancari, c'è l'effettivo rischio che 1,4 milioni di cittadini e 1,3 milioni di imprese si trovino sull'orlo del dissesto finanziario e, sulla base di quanto statuito dall'Eba, siano classificati in default. Proprio sulla definizione di default da parte dell'Eba è intervenuta la Cgia. Con la nuova regolamentazione, infatti, si definisce «inadempiente un piccolo imprenditore che presenta un mancato rientro di oltre 90 giorni il cui importo sia superiore ai cento euro e, contestualmente, all'1% del totale delle esplosioni verso l'istituto di credito». Una simile situazione, a giudizio della Cgia, «interessa tantissime partite Iva che sono a corto di liquidità e con grosse difficoltà rispettare i piani di rientro dei propri debiti bancari» oltre a portare le banche ad adottare un comportamento di ulteriore estrema cautela nella erogazione dei prestiti.

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