Economia

La Perla verso la cessione ai cinesi

Lo storico marchio d'intimo made in Italy è finito nel mirino del fondo d'investimenti cinese Fosun international. Trovato l'accordo con la Pacific Global Management di Silvio Scaglia

La Perla verso la cessione ai cinesi

Un altro pezzo storico del made in Italy finisce nel mirino dell’imprenditoria cinese. Questa volta, a pagare il prezzo della globalizzazione è lo storico marchio di intimo “La Perla”, finito nel mirino dei cinesi di Fosun International. Il gruppo di investimento cinese con sede a Shangai e Pacific Global Management, holding facente capo all’imprenditore Silvio Scaglia, hanno trovato un accordo per un periodo di esclusiva di 30 giorni, durante il quale Fosun potrà portare a termine la “due diligence” valutativa. Dopo questa fase, sarà possibile procedere all’acquisto della quota di controllo di La Perla, che a quel punto diventerà a tutti gli effetti controllata dal più grande conglomerato economico privato cinese. La conclusione dell'accordo con la holding è soggetta all'approvazione del Comitato investimenti di Fosun, che non sembra tuttavia possa essere d’ostacolo all’acquisizione. Fosun ha più volte spiegato, anche in una nota, che intende continuare a investire nel marchio “La Perla”, facendo leva sul suo carattere artigianale, sulla qualità dei prodotti e sulla sua conoscenza a livello mondiale che lo rende una firma già esportata nel mondo. Tutte qualità che però non sono bastate per rimanere in Italia e a resistere alle lusinghe del mercato degli investimenti mondiale, dove la Cina ormai è entrata prepotentemente come vera e propria superpotenza.

La Pacific Global Management ha preso il controllo di La Perla nel 2013 al termine di una procedura fallimentare. Il marchio, fondato da Ada Masotti nel 1954, è stato oggetto di importanti investimenti ad opera della holding di Scaglia, tanto che, da qualche anno, è arrivata anche l’apertura della prima boutique ad Hong Kong. Nei primi anni di acquisizione della società, la Pacific Global Management ha voluto anche rafforzare l’italianità del prodotto, rivitalizzando la fabbrica di Bologna - vero e proprio nucleo del marchio- ma aprendo anche alla produzione all’estero, in particolare in Portogallo. A conferma che l’asset della moda, nella Pacific Global Management, aveva avuto un ruolo importantissimo e non si era trattato di un’acquisizione priva di investimenti e di obiettivi di crescita. La cinese Fosun, controparte dell’accordo, è invece, come detto, uno dei più grandi conglomerati privati della Cina. Fondata a Shanghai nel 1992 e quotata alla Borsa di Hong Kong dal 2007, il colosso asiatico degli investimenti opera in tantissimi settori, dal campo assicurativo alla gestione degli asset, all’industria farmaceutica fino anche all’industria dell’acciaio. Secondo quanto riporta lo stesso sito della holding cinese, il patrimonio totale della multinazionale di Shangai supera i 75 miliardi di dollari: una cifra che dimostra le potenzialità enormi delle grandi aziende cinesi nei confronti delle aziende appartenenti agli imprenditori europei.

Qualora l’affare dovesse andare in porto, un altro storico marchio italiano passerebbe sotto il controllo di uno Stato estero, in particolare della Cina. L’imprenditoria italiana necessita di investimenti esteri e in questa fase di contrazione economica, la Cina diventa un partner necessario e l’unico in grado di garantire subito miliardi di euro.

Ma tutto chiaramente ha un costo: il marchio sarà made in Italy, ma di Italia resterà sempre meno. Una vittoria della globalizzazione, una semplice resa all’evolversi degli eventi, si potrà dire. Ma sta di fatto che un altro storico brand italiano finirebbe in mani altrui.

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