La ripresina del petrolio già al capolinea

Rientra lo sciopero, anche la Norvegia torna a estrarre

Il «don't fight Opec Plus» pronunciato l'altro giorno dal principe e ministro saudita dell'Energia, Abdulaziz bin Salman, ha la stessa forza deterrente di uno spaventapasseri. Agli avvoltoi che aleggiano sul mercato petrolifero e scommettono su una picchiata dei prezzi, l'intimazione in stile Fed ha fatto solo il solletico.

Il Cartello non stampa moneta, non eroga aiuti a pioggia, né agisce sui tassi. Soprattutto, ha perso il potere di condizionare i mercati a causa dell'indisciplina produttiva di alcuni suoi membri. Far rientrare nei ranghi gli insubordinati, ultimi in ordine di tempo i solitamente allineati Emirati Arabi Uniti, è da sempre un problema. Ma ai tempi del Covid e del precipitare della domanda, questa è una forma di autolesionismo che si paga cara. Perciò, sono in pochi a farsi illusioni sulla possibilità che da domani le quotazioni riescano a consolidare i guadagni attorno al 10% accumulati la scorsa settimana da Wti e Brent, tornati sopra i 40 dollari. Ci sono ragioni oggettive che depongono a sfavore di un ulteriore irrobustimento del barile. Dopo 10 giorni di scioperi che hanno rischiato di tagliare di un quarto la produzione di greggio e gas naturale norvegese, lavoratori e petrolieri hanno raggiunto un accordo sui salari che rimette in modo le trivelle e permetterà di ripristinare la produzione di circa 300mila barili di petrolio equivalente.

La seconda ragione è legata alla possibile riapertura degli impianti nel Golfo del Messico una volta transitato l'uragano Delta, la cui furia aveva imposto lo stop precauzionale di circa il 92% dell'output. Inoltre, uno sguardo attento va rivolto a quanto sta accadendo negli Stati Uniti, dove il numero di piattaforme petrolifere è aumentato da 4 a 193, mentre l'Agenzia internazionale per l'energia ha segnalato una crescita produttiva negli States a 11 milioni di barili al giorno nella settimana terminata il 2 ottobre. Altre due indicazioni di segno ribassista per i prezzi.

La situazione potrebbe però cambiare dopo novembre, una volta assegnate le chiavi della Casa Bianca. A dispetto di chi lega l'affermazione di Joe Biden a una caduta verticale delle quotazioni, altri sono di parere esattamente opposto. Sicuri come sono che l'affermazione del leader democratico, un supporter delle emissioni zero al punto da proporre di spendere 1.700 miliardi per tagliare il traguardo entro il 2050, porterà al divieto di fracking, il sistema estrattivo che ha fatto le fortune dei produttori texani (e non solo) dello shale oil. A quel punto, l'Opec e l'Arabia di Mohammed bin Salman avrebbero campo libero per riprendere in mano le redini del governo mondiale del greggio.

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