Unicredit fa ancora cassa. Pronta l'uscita dalla Turchia

Il gruppo tratta sulla cessione del 41% di Yapi Kredi La Borsa apprezza la mossa e il titolo sale del 2,89%

Unicredit fa ancora  cassa. Pronta l'uscita dalla Turchia

In vista del nuovo piano industriale che verrà svelato a Londra esattamente tra una settimana, Unicredit accelera sulla cessione del 41% di Yapi Kredi, la terza banca più grande della Turchia, che ha in pancia attraverso la joint venture con il gruppo Koc.

Ieri sono tornate a circolare con insistenza voci su trattative in corso con la famiglia turca Koc per cedere a quest'ultima quote della joint venture e mantenere una quota diretta in Yapi. In una nota l'istituto guidato da Jean Pierre Mustier ha confermato di avere avviato contatti con Koc in merito a «una potenziale evoluzione» dell'attuale alleanza in Turchia, specificando che «non è stato raggiunto un accordo definitivo in merito a tali discussioni».

In Piazza Affari il titolo Unicredit ieri ha infatti guadagnato il 2,89% a 12,8 euro. La quota di Yapi dovrebbe contribuire per il 7% dell'utile di gruppo 2019, pari a circa 300 milioni. A fine 2018 il valore di libro della partecipazione era di 1,3 miliardi, dopo una svalutazione per circa 800 milioni nel terzo trimestre 2018 per la crisi economica del Paese che è caduto in recessione a fine 2018 quando la lira ha perso circa il 30% contro dollaro. Un'uscita dalla Turchia è quindi vista con favore dalla Borsa.

I broker continuano però a interrogarsi sulla ratio dell'intensa attività di «smaltimento» messa in campo da Mustier: dal suo arrivo, sono finiti sul mercato il 32,8% della polacca Pekao per 2,4 miliardi, l'asset manager Pioneer per 3,5 miliardi, l'impianto eolico Ocean Breeze in Germania (minusvalenza di 178 milioni), più Fineco in due momenti (per un incasso complessivo di 2,2 miliardi). All'inizio di novembre ha poi collocato sul mercato per 785 milioni l'8,4% di Mediobanca con una plusvalenza di 50 milioni. Inoltre, da qualche mese è stato messo in vendita un pacchetto di immobili per un valore complessivo di un miliardo. In tutto quasi 10 miliardi, cui andrà aggiunto l'incasso della vendita della collezione di opere d'arte, affidata a Christie's.

Tutta questa liquidità serve solo a rafforzare il cuscinetto patrimoniale ai fini regolamentari e a contenere il profilo di rischio del gruppo? Tra pochi giorni il banchiere francese scoprirà le carte de nuovo piano battezzato «Team 23» e sul modello da imprimere al gruppo in un'epoca complessa di scarsa redditività da operazioni ordinarie, fra un pil piatto in Eurozona (Italia e Germania in primis) e tassi negativi. Di certo, Mustier intende puntare su nuove sinergie all'interno del gruppo, su una semplificazione dei processi, una riduzione dei costi con una riorganizzazione dell'organico (Bloomberg ha parlato di 10mila esuberi) che verrà «gestita attraverso il prepensionamento e in modo socialmente responsabile», ha sottolineato questa estate. L'ad continua anche ad escludere fusioni o acquisizioni, come ha ribadito la scorsa settimana a Francoforte sottolineando che alla luce dei prezzi attuali, è preferibile fare operazioni di buy back, ovvero riacquistare azioni a sconto sul patrimonio netto tangibile. Nel nuovo piano dovrebbe, inoltre, essere inserita la creazione di una subholding italiana non quotata (che costerebbe secondo le stime attorno ai 500 milioni).

Oggi pomeriggio Mustier annuncerà al

dodicesimo piano della torre di piazza Gae Aulenti le prossime mosse della banca sul campo della sostenibilità. Solo un antipasto green del menu di Unicredit per i prossimi tre anni da far digerire al mercato il 3 dicembre.

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