Economisti alla sbarra: geni o stregoni?

Zingales elogiò i "derivati" bancari, Giavazzi e Alesina nel 2007 predissero: "La crisi non sarà grave". Errori che si verificano quando ci si fida troppo dei modelli matematici senza fare i conti con la realtà

Economisti alla sbarra: geni o stregoni?

È la maledizione di chi traffica con quel che (si suppone) sarà: se si sbaglia, o si «buca» un passaggio fondamentale, si passa per ciarlatani, affabulatori travestiti da guru, architetti di castelli di carta (magari interessati, sotto sotto, a prevedere quel che piace a qualche potere amico). Il biasimo, ultimamente, è piovuto sulla testa degli illustri economisti che usano pontificare dalle cattedre o dalle prime pagine dei giornali circa il futuro delle nostre tasche.

Siccome la crisi mondiale era, diciamo così, sfuggita ai pronostici degli scienziati economici, ecco dimostrato - così la vulgata comune - che le teste d’uovo finanziarie sono perfetti venditori di fumo. C’è chi ricorda la massima del grande economista John Kenneth Galbraith, per il quale «la sola funzione delle previsioni in campo economico è rendere l’astrologia una disciplina più rispettabile». Gli accusati però si sono fatti sentire, ieri, con una lettera aperta pubblicata dal Corriere e dalla Repubblica, per rispondere al principe dei loro detrattori, il ministro Giulio Tremonti, che si diverte a paragonare le loro tavole rotonde alle riunioni tra Harry Potter, Mandrake e Mago Otelma. Insomma, le grandi fratture economiche come le crisi sono imprevedibili per definizione, o piuttosto sono gli economisti, quelli in crisi?

Tra i molti critici della categoria ci sono anche esponenti della stessa categoria, come Gustavo Piga, professore ordinario all’Università di Tor Vergata: «Innanzitutto c’è un problema di conflitto di interessi. Spesso gli economisti fanno consulenza per banche e grandi istituzioni e nelle loro diagnosi evitano di criticarle. Poi manca la prospettiva storica, i teorici sono poco interdisciplinari, non parlano con i giuristi, con gli storici, con gli psicologi. Puoi anche essere bravissimo nel tuo campo di ricerca specialistico, ma se ti esponi sui grandi temi allora devi capire che la realtà è complessa. Negli Usa gli economisti specialistici non intervengono, non fanno gli editorialisti, a meno che non siano schierati come Paul Krugman. Da noi invece parlano di massimi sistemi ma non accettano la complessità delle cose. È ovvio che poi sbaglino».

La diagnosi è simile a quella che l’economista inglese Robert Skidelsky ha fatto recentemente sul Sole 24Ore, invitando a integrare, per evitare errori madornali, le speculazioni macroeconomiche con la psicologia cognitiva, e persino con la letteratura. «Se fosse vero - dice - che gli individui agiscono sulla base della razionalità, come giustificare le bolle speculative di mercato? Occorre favorire uno sguardo convergente fra scienze della natura e scienze dell’uomo. Infatti, le scuole di management tendono oggi ad affiancare sempre più spesso ai manuali di tecnica aziendale e dei modelli d’impresa i testi di scrittori classici e di filosofi, come Leopardi, Tolstoj e Wittgenstein».

Anche quando parlano di pura economia e non di filosofia, però, gli economisti possono fare danni niente male. Prendiamo Luigi Zingales, grande economista con cattedra a Chicago e frequente illustre commentatore di Sole 24Ore e l’Espresso. Mentre ora (ma ora è facile) si concorda nel ritenere i «derivati finanziari» uno dei virus che hanno fatto scoppiare il sistema, lui nel 2003 non solo non ne vedeva la pericolosità, ma li elogiava: «Mentre le azioni sono strumenti piuttosto rudimentali per distribuire i rischi - scriveva in un libro - i derivati finanziari permettono di ripartirli con maggiore precisione, trasferendoli su chi può sostenerli nel migliore dei modi. Poiché i rischi sono distribuiti in maniera tanto ampia, nessun singolo investitore ha molto di cui preoccuparsi». Be’, dire che si sbagliava è poco.

Un’inchiesta di Marco Cobianchi (Bluff, Orme Editori) racconta moltissime altre tremende cantonate prese dai nostri (ma non solo nostri) economisti. Tra loro ci sono anche alcuni dei firmatari della difesa anti-Tremonti. Per esempio Francesco Giavazzi, insigne economista a cui però capita di inciampare clamorosamente, soprattutto quando si avventura nel futuro. Nell’agosto del 2007 sul Corriere della sera scriveva: «La crisi del mercato ipotecario americano è seria, ma difficilmente si trasformerà in una crisi finanziaria generalizzata». Difficilmente, ma è successo. Infortunio capitato anche a un altro economista primadonna, Alberto Alesina, professore ad Harvard e editorialista del Sole24Ore. Nel 2007, davanti ai primi segnali inquietanti dalle Borse, rassicurava il mondo: «Finora non è accaduto nulla di catastrofico, né a mio parere accadrà. Nessuno sa bene cosa succederà nei prossimi mesi. Quasi sicuramente nulla di disastroso». Quasi sicuramente...
Certo, col senno di poi è facile prendersela con loro. Però qualche responsabilità ce l’hanno. «Io non contesto il fatto che non abbiano previsto la crisi, quello può succedere - dice Marco Cobianchi -. È che l’hanno negata, hanno previsto che non ci sarebbe stata. E poi, una volta che hanno capito che c’era, hanno dato ricette sbagliate per uscirne. Sono errori frutto di pura ideologia, è gente affascinata dalle proprie teorie che però non sa fare i conti con la realtà». L’accusa di lavorare con pure astrazioni è una delle più frequenti. Anche il direttore del Censis, Giuseppe Roma, sostiene la stessa cosa: «Gli economisti prendono dei modelli matematici, ma non stanno a guardare la qualità di quello che ci mettono dentro».

Su questa traccia, tra le altre, ha lavorato Roberto Petrini per costruire il suo Processo agli economisti (ed. Chiarelettere), prendendo di mira in particolare l’infatuazione per «il Dio Mercato» che avrebbe - secondo il giornalista della Repubblica - condotto alle peggio cose. «L’unica infatuazione che si è vista è quella per il “dio modello”, non certo per il mercato - spiega Alberto Mingardi, direttore dell’Istituto Bruno Leoni -. Il problema è che è invalsa una caricatura della teoria del “mercato efficiente”, per cui il mercato sapeva tutto, ma non è così, il mercato serve invece a darci informazioni e conoscenza. C’è stata una progressiva matematizzazione dell’economia, troppa fiducia a modelli statistici che come tali sono inadatti a prevedere il futuro. Ma ricordiamoci che il mestiere dell’economista non è quello di fare le previsioni, bensì di cercare di comprendere la realtà, cosa che è più facile fare con il passato. Sergio Ricossa fece un libro memorabile sulle sciocchezze che gli economisti raccontano quando vogliono prevedere il futuro». Si chiamava Maledetti economisti, un’imprecazione che molti sottoscriverebbero adesso.