Benvenuti sul set del futuro, dove il fragore dei ciak e le grida dei registi hanno lasciato il posto al ronzio sommesso dei server. Siamo a Bengaluru, in India, ma potremmo essere ovunque ci sia un processore abbastanza potente: qui l’intelligenza artificiale non è un effetto speciale. Non ci sono cavi né green screen infiniti, solo codici che trasformano la mitologia in pixel hd.
Il cinema sta cambiando pelle e, per la prima volta, il baricentro non è più Hollywood.
Mentre negli Stati Uniti l’IA è ancora percepita come una minaccia, in India è diventata un’ancora di salvezza per un’industria che vuole continuare a produrre sogni con budget sempre più ridotti.
A Los Angeles la Mecca del cinema attraversa una crisi d’identità: il box office nordamericano del 2025 non ha raggiunto 9 miliardi di dollari, segnando un calo del 27% rispetto al picco del 2018. Il pubblico è stanco di sequel e supereroi, mentre però i costi lievitano, basti pensare ai 9 milioni di tulipani veri piantati per il musical Wicked. Un’ostentazione che contrasta con contratti sindacali che blindano la performance umana e limitano l’uso dell’IA nelle scelte creative.
In India, la musica è diversa. Le nuove tecnologie non sono il nemico, ma un alleato. Nonostante star come Shah Rukh Khan, il pubblico è sceso: da 1,03 miliardi nel 2019 a 832 milioni nel 2025. Lo streaming ha cambiato le regole e i ricavi, sempre più instabili, dipendono da pochi blockbuster.
La risposta di Bollywood è una carica frontale. «L’IA riduce i costi di produzione a un quinto rispetto al passato», spiegano i produttori a Reuters. E i tempi? Ridotti a un quarto. È un’economia della velocità che permette a studi come Abundantia Entertainment di investire 11 milioni di dollari in hub tecnologici, prevedendo che un terzo dei ricavi futuri arriverà da contenuti generati da algoritmi. Ma non è solo una questione di risparmio. L’India è un continente linguistico, con 22 lingue ufficiali e centinaia di dialetti. Fino a ieri, il doppiaggio era il tallone d’Achille; oggi le nuove tecnologie permettono di sincronizzare i labiali in tempo reale, rendendo ogni film accessibile a pubblici diversi.
Non a caso, giganti come Nvidia, Google e Microsoft guardano sempre più a questo laboratorio creativo.
Tuttavia, questa corsa all’oro ha un limite: il giudizio umano. Sebbene l’efficienza sia indiscutibile e i margini di profitto possano crescere del 10% secondo le stime di EY, il pubblico resta un giudice severo. La sfida allora non è più capire se l’IA entrerà nel cinema, ma chi saprà usarla per raccontare storie migliori.