Una «Elite» tra crime e commedia

Se siete tra quei genitori che aspirano a iscrivere i figli a scuole esclusive all'estero, costi quel che costi, questa serie non fa proprio per voi. Mi riferisco a Elite, nuova fiction spagnola di Netflix, supergettonata soprattutto dai teenagers dopo il successo de La casa di carta di cui si porta dietro buona parte del cast. Ambientato in un luogo non precisato, un futuribile complesso di edifici che ricorda il fantascientifico Elysium con Jodie Foster eppure incastonato dentro una città vera con le sue contraddizioni (anche qui la citazione pare evidente, La zona del messicano Rodrigo Plà), Las Encinas ospita la crème dei rampolli della società iberica, tutti uguali, tutti ricchi, tutti viziati. A turbare questo presunto e precario equilibrio irrompono tre ragazzi di umili famiglie, con vissuti molto particolari, facile pretesto per buttare tutto all'aria, innescare nuove vicende e continui colpi di scena.

Questi studenti in uniforme non studiano letteratura o matematica ma sono invitati dal professore di inglese (un vero cretino) a creare profili Instagram per conoscersi meglio tra loro. Penso ai genitori che spendono un sacco di soldi convinti di investire nella nuova classe dirigente e invece si ritrovano l'ennesimo aspirante influencer. Non basta, nelle aule gira di tutto, alcool e droga. Per non parlare di sesso, di tutto, di più, dai gay agli esibizionisti passando per una sieropositiva. Giovani strafottenti, convinti che con i soldi si possano comprare cose e persone, molto restii ad accettare il diverso, razzisti più per fascia di reddito che per il colore della pelle, eppure irresistibilmente attratti da chi proviene dalla povertà e dal mondo criminale, che i cattivi tirano sempre e la ricchezza in fondo è una colpa da scontare. Nella descrizione dei personaggi non si va al di là dello stereotipo: il bello e dannato, il cattivo che poi diventa buono, il buono che è un gran bastardo, il povero sfortunato in cerca di riscatto sociale, l'ereditiera cresciuta nello spreco e nel cinismo che vorrebbe rimettere le cose a posto, la ragazza palestinese plagiata dai genitori che l'Occidente sia il male da combattere proprio mentre le sue convinzioni si sgretolano. Solo accennato, affiora però un terribile delitto. Marina è stata uccisa e il colpevole è qui; resta da capire se cercarlo tra l'élite della società spagnola o nei tre intrusi che parrebbero gli indiziati principali. E così il tipico teenage-drama si trasforma nel più classico dei thriller, di cui i registi iberici sono considerati tra gli innovatori.

Un prodotto normale, che si fa seguire pur senza incantare, sfruttando la coda lunga della moda spagnola. Alcuni attori, per quanto caratteristi, si distinguono nei propri ruoli. Chissà che in queste serie, tra crime e commedia, non si nasconda un divo futuro della fiction europea.

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