Il foto-trucco dei pirati: così spaventarono l'Italia

Lo scatto choc dei marinai della Savina Caylyn fece il giro del Paese: un'esca per alzare il riscatto. Ma l'immagine originale rivela che era una messinscena

Il foto-trucco dei pirati: così spaventarono l'Italia

Negli ultimi sette anni i pirati somali hanno incassato oltre 400 milioni di dollari in riscatti. Per alzare la posta non solo seviziano l'equipaggio sequestrato, ma utilizzano i media pilotando le notizie. Vi ricordate le drammatiche fotografie degli ostaggi sotto il tiro dei mitra puntati dai tagliagole? Nel caso degli ufficiali della Savina Caylyn, la nave italiana sequestrata per 11 mesi, era un bluff, che ha fregato tutti.
Le foto della sceneggiata saranno mostrate domani a Trieste nel convegno organizzato dall'Autorità portuale con la presenza delle Generali sulla pirateria nel Golfo Di Aden. L'evento affronterà segreti e tabù relativi ai sequestri, i riscatti e il riciclaggio del bottino dei bucanieri somali.
Nel 2011, durante l'odissea della Caylyn, i pirati mettono in piedi una sceneggiata per alzare il prezzo del riscatto. Il primo di coperta Eugenio Bon, assieme ad altri due ufficiali italiani, vengono fatti salire su un barchino che si dirige verso terra. La velata minaccia è venderli ai terroristi o ammazzarli. «Lo fanno vedere a tutto l'equipaggio schierato sul ponte, ma poi, quando i marinai sono rientrati, virano e tornano a bordo facendoci salire di nascosto» racconta Bon. I tre ostaggi vengono chiusi nell'infermeria fino alla messinscena. Una notte i bucanieri li costringono a indossare degli stracci e a calarsi nella piscina vuota della nave coperta da un telone. «Dentro ci attende un gruppo di pirati armati e mascherati. Non solo: dalla costa hanno portato terra, pietre, arbusti, oltre a ciotole di riso e fagioli per far sembrare che siamo in una capanna somala» racconta Bon. I tagliagole legano gli ostaggi e puntano mitra e lanciarazzi sulla testa dei poveretti scattando delle foto.

Per evitare di far scoprire il falso, l'immagine originale viene spedita via fax dalla nave. In Italia la ricevono in bianco e nero e di pessima qualità, ma sembra drammatica con gli ostaggi sotto tiro in qualche capanna sperduta sulla terraferma. Tutti i giornali la pubblicano con toni da tragedia imminente. I familiari degli ostaggi lanciano l'allarme che si ripercuote sull'armatore e sul governo.
I pirati sanno tutto sulla reazione dell'opinione pubblica in Italia e scaricano da Internet gli articoli «puntando a usare i media per i loro fini». I bucanieri hanno fatto chiamare in diretta dagli ostaggi trasmissioni come Chi l'ha visto per aumentare la posta.
Nel convegno di Trieste verrà resa nota la stima dell'agenzia dell'Onu di Vienna (Unodc) sui 404 milioni di dollari pagati ai pirati dal 2005. Dalla punta di 165,7 milioni del 2011 il business è precipitato lo scorso anno a soli 29,2 milioni. Il crollo dei sequestri è dovuto alla pressione della flotta internazionale che a Trieste sarà spiegato dal Contrammiraglio Antonio Natale, in collegamento video da nave San Marco al largo della Somalia.

Chi paga il riscatto? Le assicurazioni, che garantiscono nave e carico. Gli studi legali specializzati a Londra in collaborazione con le società di sicurezza trattano sulla cifra. I contractor a bordo di un aereo a elica lanciano il riscatto sulla nave da liberare, in sacche stagne, con un paracadute a guida gps.
Oggi nelle mani dei pirati somali rimangono 5 navi e 71 ostaggi. Il 40-60% dei soldi dei riscatti viene riciclato a Dubai, in Kenia, Gibuti e in Tanzania. Non solo: documenti confidenziali dell'Onu rivelano che alcuni somali immigrati in Occidente sono complici dei pirati come informatori e finanziatori. Quinte colonne dei pirati in Europa sono state individuate nel sequestro delle navi italiane Rosalia D'Amato ed Enrico Ievoli.
Il valore dei riscatti è solo una fetta dei costi per la pirateria di 5 miliardi all'anno, che comprendono missioni navali, protezioni della navi, rotte più lunghe e sicure per evitare Suez. Se il fenomeno non venisse debellato, il pericolo - secondo Marina Monassi presidente dell'Autorità portuale di Trieste - è «la riduzione del traffico commerciale in Mediterraneo ai danni degli hub italiani come il capoluogo giuliano a favore dei porti atlantici».

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