Il giorno in cui Castro venne a casa mia

Era un pomeriggio sonnacchioso, arrivò senza preavviso: "I ragazzi del ’68? Mai stati rivoluzionari..."

Fidel Castro partecipa a una manifestazione a Cuba

Quella di Cuba è la ferrea volontà di un regime che non può mutare e cambiare perché non vuole, che garantisce ai suoi ragazzi la salute, anche un po’ di scuola, ma che li priva della fondamentale speranza degli individui liberi: cambiare, scegliere, scommettere su se stessi, decidere per se stessi, in una parola sperare. È lo stesso incubo di rassegnazione che ho visto in tutti i Paesi dell’Est ex comunista e che a Cuba è ancora più impressionante perché non è nemmeno coperto e giustificato dal clima freddo, dal cielo grigio.

Anche le giovanissime prostitute che si affollano presso gli alberghi per turisti di Rio ridono, perché possono trattate, possono scegliere, sono padrone della loro vita, sperano di migliorare; quelle che si affollano, aspiranti prostitute dilettanti, intorno ai luoghi per turisti di Cuba hanno il viso della disperazione, perché rischiano la galera e devono accettare qualsiasi condizione, darsi in qualsiasi modo a chiunque per pochi pesos.

E Castro? Ogni giorno mi veniva annunciato che di certo l’avrei visto, ma appuntamenti niente, probabilmente per motivi di sicurezza. Ed ecco che in un pomeriggio sonnacchioso, con pochissimo preavviso, mi arriva addirittura a domicilio, con una scorta poco numerosa e svagata. Ammetto che mi andò il cuore in gola: i personaggi che, viventi, appartengono già alla storia e al mito hanno il potere di trascinarti, con la loro semplice presenza, dentro la storia e dentro il mito. Ed è una sensazione fortissima, come di sogno, aumentata dal fatto che in quei giorni l’avevo visto decine di volte alla televisione, una televisione così di regime e fitta del «líder maximo» che Emilio Fede al confronto è un feroce antagonista di Berlusconi. Ma ora lui era lì, reale, massiccio (anche per il giubbotto antiproiettile), sorridente e barbuto, con la sua bella divisa verde di fronte al mio brutto vestitino manageriale.

Non so se l’avessero informato male o se se ne fregasse, ma per un tempo che mi parve interminabile mi interrogò su questioni da direttore tecnico e non da direttore editoriale: quanto costava la carta in italia? Quali erano le più moderne macchine di stampa? Com’erano i processi di rilegatura e di distribuzione dei libri? Lui, accidenti, sapeva tutto sugli analoghi problemi cubani e sorrideva bonario alla mia impreparazione. Potevo aggredirlo con una domanda sulla libertà a Cuba? Ero ospite del governo. Farlo sarebbe stato maleducato e inutile. Parlammo di editoria, di letteratura, di Gabriel García Márquez e dei famosi sigari, che Castro non fumava più. Poi, quando l’uso salottiero indicò il tempo di porre una questione di mio interesse, posi quella che mi stava a cuore: come aveva vissuto, lui, il Sessantotto dei ragazzi occidentali? Era conscio che milioni di studenti avevano tentato una specie di rivoluzione, da Los Angeles a Roma, anche gridando il suo nome e quello del «Che»? Sapeva che, però, si trattava in gran parte di suggestione, che moltissimi non avevano neppure idea di che cosa fosse un sistema marxista e che molti altri - me compreso - ne facevano una questione esistenziale e non ideologico-politica? Risposi in fretta, serio e chiaro: loro che facevano la «rivoluzione vera», a Cuba, si interessarono poco a quei sussulti giovanili, a quel trascinare striscioni con la faccia del «Che». Ne ebbero piacere ma capirono subito che tutto quell’agitarsi non avrebbe portato alla rivoluzione, quindi non se ne curarono.

Ora che avevo compiuto i miei doveri ufficiali meritai due giorni di vacanza a Varadero, la magnifica e celebre spiaggia non lontano da L’Avana. Mare incantevole, spiaggia stupenda, cibo eccellente. E, ovunque, centinaia di biondissime ragazze della Germania dell’Est in vacanza-premio che trovavano meravigliosa ogni cosa, ogni secondo: c’erano tutti i guasti del loro regime comunista, ma in più il sole luminoso, il mare azzurro, le spiagge bianche, la gioia dei popoli che vivono seminudi. A loro doveva sembrare un sogno. Io invece non ho mai più desiderato tornare a Cuba, anche se è un posto bellissimo, con un popolo gentile e buono, e non tornerò finché non sarà un Paese libero.

I commenti saranno accettati:
  • dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
  • sabato, domenica e festivi dalle ore 10:00 alle ore 18:00.
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette.
Qui le norme di comportamento per esteso.