La guerra santa di Al Italy il "bresciano"

Fumava, beveva, giurava "l'Italia è il mio Paese". Poi è partito per la Siria: "Per uccidere gli infedeli"

Anas el Abboubi, cresciuto a Vobarno, provincia di Brescia, e combattente ad Aleppo

È già stato tutto. Un cantante rap, un apprendista terrorista, un detenuto, un combattente entusiasta. Ora forse è solo un cadavere dimenticato. Lo temono gli amici. Lo sussurrano gli inquirenti che da Brescia, fino agli uffici anti terrorismo del Viminale, seguono la sua scia sbiadita. Anas el Abboubi alias «Anas al Italy» è uno dei trenta jihadisti partiti dall'Italia e approdati, come ricordava il ministro degli interni Angelino Alfano, sui campi di battaglia siriani. La storia delle quattro vite di Anas merita però di essere raccontata. A differenza di Giuliano Del Nevo, l'islamista genovese ucciso in Siria nel 2013, Anas è italiano solo a metà. A differenza di Ismar Mesinovic, l'imbianchino bosniaco partito da Belluno e caduto sulla strada di Damasco il 4 gennaio, non è uno sbandato. L'immigrato marocchino di seconda generazione Anas El Abboubi, 21 anni, è l'icona, il paradigma, degli oltre mille islamisti partiti dall'Europa alle volte delle prime linee del jihadismo. A differenza di altri figli delle periferie scomparsi tra le nebbie della guerra Anas si lascia dietro però una traccia indelebile. Tutto inizia verso la fine del 1999 quando Anas e sua madre lasciano Marrakech per raggiungere il padre a Vobarno, 40 chilometri da Brescia. Per Anas quel sonnacchioso paesino della Valle Sabbia è la palestra dell'integrazione. Per raggiungerla e trasformarsi in McKhalif, il rapper di belle speranze raccontato da un reportage di Mtv del marzo 2012 (Nel Ritmo di Allah: La storia di Mc Khalifh) Anas si ubriaca, fuma spinelli, fa del suo peggio per somigliare ai coetanei italiani. Ma non basta. «Amo il tricolore, amo l'Italia» racconta Anas accusando però gli italiani di rifiutarlo. «É un blocco nella tua vita, sei sporco per loro». Da quell'intervista inizia la trasformazione. Aboliti alcool, musica e spinelli abbraccia il Corano, si tuffa, nonostante l'arabo stentato, nella lettura dei siti islamici più estremisti. Fino a quando nel settembre 2012 si presenta in Questura a Brescia chiedendo i permessi per una manifestazione in cui bruciare bandiere israeliane e americane. Dietro l'apparente ingenuità c'è un fanatismo in rapida crescita. Seguendo le vie della «jihad on line» frequenta i siti più estremisti, racconta la sua voglia di combattere, fonda la succursale italiana di Sharia 4, l'organizzazione belga famosa per aver inviato centinaia di giovani in Siria. L'attività più preoccupante sono però i sopralluoghi virtuali tramite Google Maps sulla stazione ferroviaria e su una caserma di Brescia. Così nel giugno 2013 la Digos di Brescia, preoccupata per il rischio attentati, decide di sbatterlo in galera. Non dura molto. In poche settimane i magistrati firmano il decreto di scarcerazione e ad agosto 2013 Anas è già oltre quella frontiera turco siriana Siria diventata, dopo il 2011, la soglia del jihad. Il 9 ottobre sul suo indirizzo Facebook (Anas al Italy Anas l'Italiano) compare un video in cui si esaltano le azioni dello «Stato Islamico dell'Iraq e della Siria». Il giorno dopo pubblica una propria foto con il kalashnikov in spalla su cui campeggia la scritta «Kill the taghot», uccidi gli infedeli. A dicembre è con i suoi compagni d'armi alla periferia di una Aleppo imbiancata di neve. Le foto finiscono sulle tv di Brescia e lui risponde agli amici di Vobarno raccontando di non volerle usare contro l'Italia, ma solo per combattere Bashar Assad. L'ultimo segno di vita è del 28 gennaio. «Il cibo - scrive Anas - ci sazia tutti i giorni, nonostante la guerra, ma lottare per essere ciò che meriti, e un altro conto». Da allora non più una parola. Solo i richiami disperati dell'amica Abby Jamila.

L'ultimo del 5 maggio scorso: «Che bello è stato rivederti! Abbracciarti forte da levare il respiro, accarezzare il tuo viso che da tanto non vedevo più.... Un unico rammarico, svegliarmi e capire che era soltanto un sogno». Un sogno diventato forse un presagio.

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