Ma Israele attaccherà davvero l'Iran?

Cosa c'è di vero nei rapporti che danno per inevitabile un attacco israeliano contro le centrali nucleari iraniane?

Agosto è noto nel gergo giornalistico come il "mese dei coccomeri", il periodo di vacanze dove per mancanza di notizie o voglia di andarle a cercare circolano quelle più fantasiose. Cosa c'è di vero - o di possibile - nei rapporti che danno per inevitabile un attacco israeliano contro le centrali nucleari iraniane?

La settima scorsa una fonte americana ha persino spiegato come si sarebbe svolto tra metà settembre, per motivi climatici, e ottobre, per motivi politici (vista la vicinanza con le elezioni presidenziali americane). Poiché di certo c'é solo che, in situazioni delicatissime come questa, "coloro che sanno non parlano e coloro che parlano non sanno", i pro e i contro l'azione militare potrebbero essere riassunti in questo modo:

Pro

  1. Il fatto che un Paese membro delle Nazioni Unite come l'Iran, guidato da un regime che da anni ha posto come uno dei suoi scopi politici e religiosi la distruzione di Israele, può sembrare propagandistico e folle. Ma non è un popolo che ha sperimentato la follia nazista
  2. Per quanto la minaccia iraniana sia rivolta anche contro gli Stati della regione, di azioni concrete per rispondere a questo pericolo iraniano non ne sono state fatte. I Paesi arabi islamici continuano a corteggiare il regime di Teheran unendosi con minor o maggior vigore alle sue espressioni di odio contro Israele
  3. Gli Stati Uniti, l'Europa e l'Onu hanno approvato sanzioni contro l'Iran. Hanno avuto l'effetto di accellerare gli sforzi iraniani per sviluppare l'arma atomica mentre l'impegno del presidente americano Barack Obama di impedirlo con sanzioni e il negoziato non si é dimostrato efficace. Esiste un divario profondo di valutazione fra Washington e Gerusalemme sul tempo ancora disponibile per agire: almeno un anno per Washington, non più di tre mesi per Gerusalemme
  4. È vero che un attacco condotto solo da Israele non porterà alla distruzione delle strutture nucleari iraniani. Ma ritarderà di almeno due anni la costruzione della bomba e molte cose possono succedere in due anni specie all'interno dell'Iran stesso. Agire prima che l'Iran abbia la bomba é nella logica israeliana meno pericoloso di agire dopo. Gerusalemme non ha fiducia nell'alleato americano specie se ci sarà ancora per quattro anni da un presidente favorevole ad una intesa con il mondo islamico e convinto che Israele sia responsabile della continuazione del conflitto palestinese, radice della perdita di influenza americana nel Medio Oriente.

Contro

L'opposizione é andata crescendo all'interno llo stato ebraico negli ultimi mesi, sopratutto da quando si é andata sviluppando la convinzione che il premier Natanyahu sia mosso oltre che da una logica politica-strategica anche da una visione "messianica" delle minacce che Israele deve affrontare. Nessuno, naturalmente, é in grado di leggere nella testa di Nathanyahu. Resta tuttavia il fatto che come scriveva Yediot Aharonot venerdi scorso: "Non c'é un singolo ufficiale politico o militare, presidente dello stato incluso, favorevole a un attacco contro l'Iran" (oltre all'establishment economico e culturale).

Perché?

  1. L'attacco unirebbe un Iran profondamente diviso attorno ad un regime verso il quale la popolazione diventa sempre più insofferente
  2. Distoglierebbe l'attanzione internazionale dalla crisi sirana, radicalizzando oiù di quanto non lo sia già il mondo islamico contro Israele
  3. Darebbe agli Hizbollah del Libano e a Hamas a Gaza la giustificazione di lanciare massicci attachi missilistici contro lo stato braico
  4. Rilancerebbe il terrorismo islamico, farebbe schizzare il prezzo del petrolio con le prevedibili conseguenze economiche internazionali
  5. Non metterebbe fine all'ambizione iraniana di dotarsi dell' arma atomica e giustificherebbe il suo uso apocalittico contro Israele
  6. La storia umana ha purtroppo un suo momentum interno che va spesso contro la logica. Spesso ma non sempre. Perché come ricorda James Carrol sul NYT il momentum non è necessariamente il destino. J.F. Kennedy fu capace di fermarlo nella crisi missilistica, atomica non meno grave di Cuba dell'ottobre 1962. Non é detto che non succeda con Israele.

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