L’abbraccio Cina Russia penalizza l’Europa

L’Italia mette a rischio 10 miliardi. Mosca e Pechino verso l’abbandono del dollaro. E la Cina punta sull’America Latina

Il presidente russo Vladimir Putin accolto dal presidente cinese Xi Jinping
Il presidente russo Vladimir Putin accolto dal presidente cinese Xi Jinping

Il maxi accordo per la fornitura di gas russo alla Cina – per un valore di 400 miliardi di dollari nell’arco dei prossimi 30 anni – ha fatto passare in secondo piano gli altri risultati raggiunti da Vladimir Putin e Xi Jinping. A partire dagli oltre 40 accordi bilaterali siglati in vari ambiti, a partire dall’energia, dalle tecnologie avanzate, dall’aerospazio. Tutti settori in cui è presente l’Italia che, sul tavolo di Mosca, mette a rischio un giro d’affari di oltre 10 miliardi di euro come effetto delle sanzioni volute da Washington e subito accettate dall’Europa. Con effetti disastrosi, soprattutto in prospettiva, proprio per l’Europa. Già la Germania era stata scavalcata dalla Cina come primo partner commerciale russo, ma la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente nei prossimi anni.

E se le sanzioni contro Mosca rappresentano un’opportunità, economica ed immediata, per gli Stati Uniti, rappresentano un problema altrettanto immediato e non solo economico per l’Unione europea che perde la sponda orientale. La Russia è stata gettata tra le braccia di Pechino e, indubbiamente, comprare e vendere nelle condizioni di massima necessità non rappresenta mai un affare. Ma penalizzare Mosca significa penalizzare molto di più l’Europa sul piano economico. E destabilizzare l’intero globo sul fronte geopolitico.

Perché la Russia rappresentava un ostacolo per l’espansione di Pechino ed ora è stata trasformata in un partner cinese. Creando problemi, innanzi tutto, all’India. Il grande Paese, dopo le elezioni, doveva guardare necessariamente a Mosca come partner privilegiato per contrastare l’espansione cinese che poteva contare sull’intesa con il Pakistan. Ora tutto diventa più complicato.

E non va dimenticato che, stringendo accordi di lunga durata con Mosca, Pechino si apre le porte ai mercati dell’Asia Centrale che gravitano nell’orbita russa, a partire dal ricco Kazakhstan. Mosca, centro dell’Eurasia, vede il proprio baricentro spostarsi obbligatoriamente verso Est. Non sarà un affare per i russi, è un disastro per gli europei. I rischi, però, non mancano neppure per gli Stati Uniti. Innanzi tutto perché – come confermano nostre fonti al Cremlino – sul tavolo dei negoziati tra Mosca e Pechino c’era anche la fine dell’utilizzo del dollaro negli interscambi commerciali, sostituendo il biglietto americano con rubli e yuan (non si parla più di impiego dell’euro).

Ma non va dimenticata l’offensiva cinese negli altri Continenti. La presenza di Pechino in Africa non è certo una novità, ma si rafforza giorno dopo giorno mentre Stati Uniti ed Europa pagano gli errori clamorosi commessi in Africa del Nord. Così come non vanno dimenticati i problemi creati dalla sciagurata strategia occidentale in Siria.

Pechino, però, guarda oltre. E l’accerchiamento nei confronti degli Stati Uniti si sta completando con l’offensiva, assolutamente sottotraccia, condotta nell’America Latina. Dove la Cina investe, in pochissimi anni, oltre 100 miliardi di dollari. E per economie con potenzialità enormi ma con problemi di liquidità e di rapporti non sempre idilliaci con il Fondo monetario internazionale, gli investimenti cinesi diventano una benedizione. Sicuramente non senza una contropartita anche in termini politici. Tra l’altro la Patagonia diventerà rapidamente un concorrente diretto degli Stati Uniti anche per quanto riguarda l’estrazione di shale gas. Così i rigassificatori che Paesi come l’Italia dovranno realizzare per accogliere il gas statunitense, potrebbero diventare anche la piattaforma perfetta per accogliere il gas argentino.

In queste condizioni – con la Cina che investirà anche nelle infrastrutture per il gas e il petrolio della Crimea, ma anche per i trasporti a Mosca – non è assolutamente certo che tutta l’Europa continui ad accettare le strategie di Washington. Sentendosi accerchiato, qualche Paese potrebbe preferire accordi con la Russia.

Che, insieme alla Cina ed al Kazakhstan, sta realizzando la Ferrovia della Seta, in grado di spostare una considerevole parte del traffico merci dalle navi ai treni. Con risparmio di tempo e denaro. Ma con problemi crescenti per i porti del Mediterraneo, a partire da quelli italiani. Una ferrovia destinata a penetrare nell’Unione europea. Non si sa ancora sino a quale stazione d’arrivo.

* Alessandro Grandi, Think tank "Il Nodo di Gordio"
www.NododiGordio.org

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