L’America in bancarotta lascia a casa gli statali

È come in Sim City, un vecchio videogame che simula la gestione di una città. Fai strade, ferrovie, centrali idroelettriche, investi, spendi, metti da parte i fondi per i sussidi di disoccupazione, giochi con le tasse e butti sul mercato qualche gratta e vinci, arriva però un momento in cui non ce la fai più e scopri che i conti sono di un rosso cupo. Se sei un pessimo amministratore da questa situazione non ne esci più, i debiti portano debiti, e a quel punto non resta che spegnere e resettare. Tutti a casa.
È quello che più o meno sta accadendo in molte città e Stati americani. È colpa della crisi, dicono. E un po’ è vero. Forse però anche lì negli States il pubblico costa. La risposta, però, è molto poco europea e porta anche i colletti bianchi nella dimensione liquida di questa stagione dove gli uomini sono costretti a convivere con il rischio quotidiano. Nulla è certo, neppure lo Stato. La bancarotta non fa paura solo ai privati. Che fare? A Chicago, patria di Barack Obama, il 17 agosto tutti gli uffici pubblici sono rimasti chiusi. Niente stipendio per un giorno. Niente raccolta di rifiuti, biblioteche serrate, anagrafi fuori servizio. Sarà così anche i giorni prima di Natale e dopo il Thanksgiving Day. Una scelta che fa risparmiare al comune 8,3 milioni di dollari. La speranza è di arrivare a tagliare il deficit di altri 34 milioni. Il problema è che il buco 2009 è di 300 milioni.
Il futuro è fatto di «ferie forzate». Messa così sembra una bella vacanza. Attenti. Non siamo in Italia. Qui la regola è che chi non lavora non prende lo stipendio. Le ferie non vengono pagate. I travet vedono la busta paga più sottile, mugugnano, ma sanno che l’alternativa è un giro di licenziamenti, una sorta di lotteria al contrario. Ma c’è di più. È lo Stato che si ritira, fa un viaggio a ritroso nell’America dei pionieri, in città senza legge, abbandonata al buon cuore dei cittadini. È quello che stanno pensando gli eredi di William Penn, a Filadelfia, un tempo pacifica città dei quaccheri, ora un inferno metropolitano di bande rivali e delinquenti, dove si esce al mattino e non si sa se si torna a casa. Le casse di Filadelfia sono un abisso, tanto che dovranno chiudere per qualche giorno tutti gli uffici pubblici, compresi tribunali e stazioni di polizia. Ecco, immaginate. Questa città violenta sembra sprofondare in un incubo alla Philip K. Dick, quartieri, strade, confini, case e negozi alla mercé dei senzalegge. È la sospensione del diritto per una manciata di giorni, ma può accadere di tutto. Ed è un paradosso per questa città dove i padri fondatori firmarono l’indipendenza e la costituzione. È l’America che inciampa proprio lì dove è nata.
Non ci sono solo le città. Le ferie forzate per i dipendenti pubblici sono in agenda in 19 Stati. In Rhode Island l’81 per cento dei 13.550 statali resteranno a casa, senza stipendio, per 12 giorni. Gli unici a lavorare saranno i poliziotti e le guardie carcerarie. In Michigan i giorni saranno sei, con un risparmio di 21,7 milioni di dollari. Il caso più noto è quello della California, dove Arnold Schwarzennegger annaspa nei debiti. Lì, dove un tempo c’era l’eden americano e la corsa all’oro, uffici pubblici chiusi tre volte ogni mese, fino al 30 giugno 2010. Obiettivo: tagliare dal bilancio 820 milioni. In Minnesota il senatore Dan Spark ha proposto di giocare d’azzardo, con slot machine nei bar e nei ristoranti, con un aumento delle tasse sulle giocate. Peccato che nelle terre del poker e del Black Jack la crisi sta rovinando gli Stati. In Nevada, dove c’è Las Vegas, le entrate fiscali sono scese del 30 per cento. Stessa musica nel New Jersey di Atlantic City. Meno giocatori, meno tasse. E anche lì i travet tremano, magari sfidando la fortuna.
Questa storia delle «ferie forzate» sembra una nuova frontiera del rapporto di lavoro. È molto americana, lì dove il dipendente pubblico non è una miniera di voti e il sindacato non fa grandi battaglie di principio. Qui in Italia ci sarebbe la rivoluzione. Brunetta sorride, ma davvero non ha modo e ragione di importarla. Le ferie da noi sono pagate, sono un sacro diritto inalienabile e se proprio si manda a casa il Fantozzi di turno fate la cortesia di non spacciare le sue giornate senza stipendio in una vacanza regalata allo Stato. Fantozzi non capirebbe. Nè lui né altri. È il federalismo, bellezza. Ma non fino a questo punto.
Questo vento di crisi che sconvolge i colletti bianchi potrebbe salvare la pelle a chi aspetta la morte in tuta arancione. «Nessuno tocchi Caino» dice che in Maryland, Colorado, Kansas, Montana, Nebraska, New Hampshire e Nuovo Messico vogliono sospendere la pena di morte. Costa troppo. Il senatore democratico Martin O’Malley spiega che «condannare a morte un assassino costa tre volte di più dell’ergastolo». Beccaria superato da Adam Smith. È la forza morale della mano invisibile.

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