Una telefonata non assicura la pace

Obama ancora una volta si dimostra disponibile alle trattative. Ma all'altro capo del filo domina l'ambiguità

Una telefonata non assicura la pace

Una telefonata storica, dal '79 non si era visto niente di simile, una svolta, un passo strategico, una vittoria per Obama. I media non si sono risparmiati. Se poi il saluto in farsi di Obama a Rohani (khodafez, «che Dio ti accompagni») e il «have a nice day» di Rohani a Obama preludano a vere trattative sul nucleare, solo un indovino lo può prevedere, per ora parole gentili sono state aggiunte a parole, il fantasma del perfido Ahmadinejad è fugato, che sollievo, e tutti sperano che la bomba a tempo più paventata, quella degli ayatollah destinata a stabilire il califfato mondiale e a distruggere Israele, possa essere stata disinnescata, con i pericoli di guerra.

Obama si muove a fin di bene, come ha fatto anche col discorso del Cairo, o quando ha chiamato la Fratellanza Musulmana «una forza prevalentemente laica». Sbagliava. E oggi? La telefonata di quindici minuti, è stata richiesta dagli iraniani, certo un segno di grande interesse. Obama vi si è detto ancora una volta disponibile a trattative, ma non non ha parlato di promesse nella confernza stampa post-telefonata: solo di un'apertura di rapporto che potrebbe portare a una «soluzione complessiva»; la via è, dice, «piena di ostacoli»; e Rohani giunto in patria, dove è stato accolto da evviva ma anche da scarpate, si è vantato dei grandi onori ricevuti come di una svolta, ma ha detto subito che gli impianti nucleari sono «l'orgoglio» irrinunciabile del popolo iraniano. Un vero dilemma: nucleare per uso civile, come ha detto a New York. Difficile davvero crederlo. Rohani è un presidente partorito dal leader supremo Khamenei, l'unico vero capo. Gli altri candidati sono stati esclusi o incarcerati; è il negoziatore che nel 2005, quando l'Agenzia Atomica rivelò che l'Iran aveva nascosto le strutture per un nucleare aggressivo, disse: «Parliamo con gli europei a Teheran e installiamo strutture a Isfahan. Creando un ambiente rilassato, siamo riusciti a finire il lavoro».
Obama ha citato la dichiarazione di Rohani sulla proibizione religiosa a fare armi di distruzione di massa, ciò che è in contraddizione completa sia con la realtà dei fatti in tutto l'Islam (il Pakistan ha almeno 200 bombe atomiche, e quasi tutto il Medio Oriente ci ha provato), quanto all'Iran ci sono dozzine di prove della sistematica costruzione della bomba. In più si sa bene che c'è la mumatilah, una tattica sviluppata dai mullah nei secoli: temporeggiare per raggiungere lo scopo. Inoltre un cedimento iraniano non è concepibile per chi si ritiene il suo capo, la sua testa di ponte, segnerebbe una sconfitta complessiva.

Tuttavia l'Iran, per far togliere le sanzioni, che è la promessa elettorale di Rohani, può trattare per accatastare il suo uranio arricchito, aprire in parte all'Aiea, gestire a lungo una trattativa che soddisfi il mondo e in particolare Obama. La bomba non sparirebbe dall'orizzonte ma sarebbe rimandata. Quando Obama il 9 ottobre del 2009 ricevette il Premio Nobel, molti giudicarono avventato quel gesto: non lui. È invece del tutto probabile che quell'evento che commentò auspicando tolleranza fra popoli di diverse fedi, razze e religioni e invocando l'eliminazione dell'arma nucleare lo abbia influenzato per sempre. A ogni costo, Obama vuole rendere reale il suo Nobel. E Rohani vuole che si sollevino le sanzioni sull'Iran. Ci basta?