Farassino, pioniere disobbediente «La Rai mi pignorò la chitarra»

Sorride al telefono, con quella voce calda, Gipo Farassino. Chansonnier in lingua piemontese, ex leader subalpino del Carroccio, già europarlamentare, deputato e consigliere regionale della Lega, è lui il pioniere della lotta contro il canone Rai. Oggi Farassino è tornato a calcare le scene musicali e ha già pronto un cd di antologie in uscita nelle prossime settimane. È un po’ deluso per il pareggio della sua Juve, ma quando il Giornale gli ricorda lo scherzetto che la Rai gli fece, ormai 12 e passa anni fa, il ricordo corre veloce a quel 4 marzo 1997, e il buonumore ritorna. «Non pagavo il canone da una decina anni, mi arrivò una ingiunzione da un milione e 300mila lire», racconta divertito dalla sua casa di Agliano d’Asti. Il televisore era già stato pignorato, ma non bastava a saldare il debito. «Un giorno bussano a casa mia gli ufficiali giudiziari. Avevo una vetrina con delle chitarre - una sola, la Ovation, valeva allora sei milioni di lire - la chiusero con dei lucchetti, ci misero un cartellino e l’hanno lasciata lì» Amen. Una chitarra all’asta per pagare il canone Rai. La storia fece il giro dei giornali. «Arrivò anche una troupe di Striscia la notizia, Ezio Greggio fece una cosa simpatica. Un pupazzo con la mia faccia, una chitarra e come sottofondo la canzone di Toto Cutugno: “Lasciatemiiii caaantareeee, con la chitaaarraaa in maaanoooo...”».
Allora, provocatoriamente, disse che avrebbe preteso la differenza. «Poi pagai, regolarmente. Avevo ottenuto il mio scopo, far riflettere le persone. Pagare o non pagare non mi disturba, è una battaglia di principio». Allora sentenziò: «Il canone va a foraggiare un carrozzone a sostegno delle spartizioni politiche, una tv di parte che fa programmi spazzatura. È anticostituzionale». E oggi, che i masanielli anti premier impazzano sul piccolo schermo, quella battaglia di disobbedienza fiscale è ancor più sacrosanta: «Non ritengo giusto, ora che ci sono le tv libere, quelle private come Mediaset che vivono di pubblicità, che si debba pagare il canone. Tutti i canali sono politicizzati, si sente solo parlare di politica a tutto spiano. Io non pago la tv per sentire Santoro - bofonchia in piemontese - per sentire tutta questa gentaglia. La tv ormai è un ricettacolo di trombati, mandati dai politici a fare i sicari».
Il pensiero, neanche a dirlo, corre all’ultima puntata di Annozero, quella ad alzo zero contro il premier. È stata troppo «cattiva» anche per lui, anzi esemplare per la battaglia del Giornale: «Ma Santoro, che deve dire o Travaglio o niente? Questo è un ricatto assurdo, Santoro è un dipendente del servizio pubblico che prende 900mila euro. Se vogliono fare politica lo facciano senza i miei soldi». E se disobbedienza fiscale dev’essere, che aderiscano in tanti. «Disdire il canone? Dovrebbero farlo tutti. Tutti. È chiaro che se uno non paga viene l’ufficiale giudiziario eccetera. Ma se in cinque milioni chiedono la regolare disdetta del canone quelli non possono fare niente. È una cosa impossibile da gestire. Se la gente ci riflette un po’ su non può che essere d’accordo. Sono in molti che già non lo pagano, il canone, e si guardano la tv su internet».
Con la politica ha chiuso («Non ho più lo stomaco per farla. A me piacciono i risotti, non la merda...») ma a 75 anni suonati conserva ancora l’acume di un tempo. E quando ricordiamo che anche Di Pietro si è stufato di pagare il canone lui si interrompe, sbuffa e attacca: «Ma quello è un populista, è uno che raccatta in giro quello che gli serve, tutto ciò che può servire al suo scopo, e lo mette in atto. Ma scusi, se le do le notizie, l’analisi e le riflessioni, a questo punto l’articolo fatelo fare a me. E mi pagate».
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