Il federalismo fiscale si farà con ceti medi e piccole imprese

Ha avuto in queste settimane giusto rilievo la formazione di Rete Imprese Italia che mette insieme le organizzazioni fondamentali di imprese artigiane e commerciali, per oltre due milioni di unità e sette di addetti: Confcommercio, Confartigianato, Cna, Confesercenti e Casartigiani. L'operazione segna la fine di antichi collateralismi con la politica. Alle tecnica dello scambio politico (io ti voto, tu mi fai favori) si sostituisce l’interlocuzione programmatica e sindacale: questo il progetto e su questo si tratta con governo, parlamento, sindacati. Mentre varie nomenclature della prima Repubblica sia a destra sia al centro sia a sinistra si affannano con mille intrighetti e correntine a sopravvivere, i ceti medi produttivi prendono atto che l'Italia cambia. Questa scelta è importante sia per le più grandi organizzazioni come la Confcommercio che sino a pochi anni fa pasticciavano per esempio con Sergio Billè, un momento alleandosi con il centrodestra un momento con Romano Prodi. Sia a sinistra: alcune organizzazioni (dalla Confesercenti alla Cna) avevano la loro lontana origine in un famoso discorso di Palmiro Togliatti (Ceti medi ed Emilia rossa) nel quale il leader del Pci spiegava come i comunisti dovessero organizzare i ceti medi contro il grande capitale per non isolare il lavoro dipendente.
Oltre alla maturazione culturale, sono i cambiamenti di fondo politici e socio-economici della situazione italiana a dettare l’agenda anche alle organizzazioni di imprese artigiane e commerciali. Innanzi tutto c’è la prospettiva di una vera riforma fiscale alle porte da collegare a una riforma in senso federale dello stato e quindi della spesa pubblica. Dopo tanto parlare generico si incomincia a ragionare concretamente dove tagliare, quali poteri fiscali passare al territorio, quali beni (e debito connesso) trasferirvi. È un grande processo che si prospetta ricco di partecipazione. E le organizzazioni del ceto medio produttivo colgono la necessità di affrontarlo da protagonisti: il che è possibile solo in modo unitario. Che la situazione sia in movimento si coglie da molti segnali: anche le preoccupazioni della Chiesa a considerare le ragioni della solidarietà non vanno intese in modo antagonistico ma anzi come un’occasione per procedere nella chiarezza. Naturalmente non è una partita pacifica: c’è chi cerca di armare il Sud contro il Nord (così pure certi attacchi nel centrodestra) sulla base di una linea disperata che potrebbe provocare gravi guasti al Paese, tipo quelli dei politici greci che si sono rifiutati di fare le riforme e poi si sono trovati il mondo addosso. Ci sono gli specialisti della disgregazione, come Carlo De Benedetti, che avanzano proposte di tagli alle tasse non per attuarli ma per creare difficoltà al governo (mettere imprese contro pensionati e simili manovre).
Le potenzialità del momento (nonché i rischi che si corrono se non saranno raccolte) rendono indispensabile battere le operazioni sia stupidamente demagogiche sia sottilmente disgregatrici. C’è bisogno sul territorio di una forza che aiuti la politica a raggiungere gli obiettivi (tagliare capillarmente la spesa pubblica per tagliare capillarmente il fisco). Qualche mese fa alcune associazioni provinciali della Confindustria veneta hanno condotto una complessa operazione per unificare una decina di microcomuni moltiplicatori di spesa. Molti contratti hanno definito enti bilaterali imprese-lavoratori che gestiscono sussidiariamente (con finalità pubblica ma status privato) attività di welfare. È la strada anche per la riforma fiscale federale e Rete Imprese Italia ne è uno degli opportuni protagonisti.

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