Metti le donne e le ragazze iraniane al primo posto.
Questa dovrebbe essere una colonna sonora delle manifestazioni degli eventi anche in Italia per la Festa della donna dell'8 marzo che cade nel mezzo di una guerra tremenda. Una guerra per la quale il primo obiettivo di Trump o di Nethanyahu non era certo quello della liberazione delle donne iraniane, ma dobbiamo contare in una sorta di eterogenesi dei fini, come capita spesso per le guerre E "donna, vita, libertà" non a caso è stato ed è lo slogan delle troppo poche e troppo poco sin qui frequentate manifestazioni a favore del popolo iraniano. Accanto a questo slogan c'è l'altro slogan ricorrente: "si condanna da sé un regime che respinge e uccide i suoi figli e le sue figlie".
Le ragazze iraniane rappresentano oltre il 50% degli studenti universitari, con una forte presenza nelle facoltà scientifiche e ingegneristiche. In un quadro in cui in Iran la percentuale degli studenti sulla popolazione è superiore a quella italiana. E molto probabilmente giovani ragazze erano una forte componente di quegli oltre 30/40 mila (purtroppo il dato non è certo) in larga parte giovani ammazzati dal regime criminale degli ayatollah (l'età media in Iran è al di sotto dei 30 anni). Ragazze magari ammazzate per il solo fatto di avere il capo e i capelli scoperti, oppure per aver lanciato in piazza un grido di libertà, oppure per aver rifiutato al pasdaran di turno di fare il nome di una compagna che insieme a lei stava in piazza. Pur con tutto il rispetto per la tragedia di Gaza, ma le manifestazioni di piazza non possono essere fatte solo col "Gazometro"
Troppi uomini, donne, ragazze e ragazzi italiani non hanno prestato e non prestano la dovuta attenzione alla ben più grave tragedia per le donne e le ragazze iraniane. Va quindi risvegliata l'attenzione, riaccesa la speranza che l'effetto della guerra, anche al di là delle intenzioni di chi l'ha scatenata, possa rivelarsi una guerra di liberazione specie delle donne iraniane. Quindi è giusto che l'8 marzo le donne italiane celebrino i diritti conquistati e protestino per quelli ancora da conquistare, per il lavoro o in quel pessimo itinerario che conduce dallo stalking, alla violenza sessuale, fino ai femminicidi. Sarebbe però il caso che sia le donne che gli uomini italiani riflettano sui diritti e le libertà civili, compresi quelli elementari sulla manifestazione del pensiero, totalmente conculcati sin qui in Iran.
Nella speranza che dal tunnel della guerra possa uscire in qualche modo una luce per nuovi diritti e libertà civili per le donne e le ragazze iraniane. È questo il grido di libertà che viene dalle donne iraniane rifugiate all'estero e dalle donne e ragazze che formano la maggioranza, purtroppo per ora silenziosa a causa dalla guerra, della popolazione iraniana.