Caro Direttore Feltri, nel giro di poche ore abbiamo assistito a due episodi che mi hanno profondamente colpito. In provincia di Foggia un ragazzo di 16 anni è morto dopo una fuga da un posto di blocco. A Ostia, invece, due persone che non si erano fermate all'alt della polizia hanno travolto due ragazzine sul marciapiede durante la loro corsa, continuando poi a fuggire. Che cosa sta succedendo? Perché sembra diventato normale non fermarsi davanti a un controllo delle forze dell'ordine? Possibile che il rispetto delle regole più elementari venga ormai considerato facoltativo?
Stefano Rizzo
Caro Stefano,
quello che colpisce di queste vicende non è soltanto la loro gravità. È la loro impressionante normalità. Sembra quasi che non fermarsi all'alt delle forze dell'ordine sia diventato un comportamento ordinario, una bravata, una manifestazione di furbizia o di ribellione. E invece è un gesto gravissimo che mette in pericolo la vita di tutti. In provincia di Foggia un ragazzo di sedici anni ha perso la vita durante una fuga da un posto di controllo. Era a bordo di un'auto condotta da un altro minorenne. Nessuno avrebbe dovuto trovarsi in quella situazione. Nessuno avrebbe dovuto essere alla guida. Nessuno avrebbe dovuto fuggire. Eppure è accaduto. Ad Ostia, pochi giorni dopo, altre persone hanno scelto di ignorare l'alt della polizia. Durante la fuga hanno investito due ragazzine che si trovavano sul marciapiede. Due giovani che non avevano alcuna colpa e che hanno rischiato di pagare con il proprio corpo l'irresponsabilità altrui. La loro unica fortuna è stata quella di sopravvivere. Io vedo un filo rosso che lega questi episodi. Vedo una crescente insofferenza verso l'autorità, verso le regole, verso qualunque forma di limite. Vedo giovani e meno giovani convinti che fermarsi a un controllo sia un'opzione e non un obbligo. Vedo persone che si sentono autorizzate a trasformare le strade in piste di fuga, mettendo a rischio cittadini innocenti. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un fenomeno ancora più preoccupante. In seguito alla morte di Ramy Elgaml a Milano si è diffusa una narrazione secondo cui il problema non sarebbe chi fugge, ma chi insegue. Non chi viola la legge, ma chi cerca di farla rispettare. Non chi ignora l'alt, ma il carabiniere che svolge il proprio dovere. È un ribaltamento morale che considero pericolosissimo. Se un agente intima l'alt, il cittadino si ferma. Punto. Questa è la regola. Questa è la base della convivenza civile. Se iniziamo a mettere sotto processo le forze dell'ordine per il semplice fatto di aver tentato di fermare qualcuno, il messaggio che trasmettiamo è pericolosissimo: fuggite pure, perché tanto la responsabilità sarà sempre di qualcun altro. No. La responsabilità ricade anzitutto su chi decide di non fermarsi. Naturalmente ogni intervento delle forze dell'ordine deve rispettare procedure e proporzionalità. Ma il principio fondamentale non può essere messo in discussione: davanti all'alt della polizia ci si ferma.
Occorrono pene certe e severe per chi fugge dai controlli, soprattutto quando da quella fuga derivano morti, feriti o danni gravissimi. Ma serve soprattutto un cambiamento culturale. Dobbiamo smettere di raccontare la legalità come una forma di oppressione e l'autorità come un abuso. Lo Stato non è il nemico.
Il carabiniere non è il nemico. Il poliziotto non è il nemico.Il nemico è l'idea che le regole valgano sempre per gli altri. Ed è proprio da questa idea che nascono tragedie come quelle che abbiamo visto negli ultimi giorni.