Fiat, ecco il manager sabaudo che da 14 anni sfianca i sindacati

Se fosse nato ai tempi del Regno, Paolo Rebaudengo sarebbe stato un Alto servitore del re, intelligente e discreto, leale e rigoroso; oculato nell’utilizzo delle risorse pubbliche più ancora che delle proprie. Ma è nato nel 1947, ad Asti, ed è cresciuto nell’Italia repubblicana e consumista. Eppure Paolo Rebaudengo è rimasto, nell’animo e nel portamento, un sabaudo.
È alto, magro, molto ben educato, di poche parole, la fronte ampia, i tratti regolari. Non fuma, non beve, non gli si conoscono debolezze, né eccentricità, a parte un solo vezzo. Ama le cravatte con gli stemmi araldici e gli scudi, appena accennati, naturalmente, e su sfondo blu. Non ama mettersi in mostra e difficilmente i passanti lo notano incrociandolo per strada nella sua Asti, dove ancora vive con la moglie, che è segretario comunale, o a Torino, dove lavora.
Se digitate il suo nome su Google, scoprirete che è citato migliaia di volte, ma non troverete una biografia più lunga di cinque righe, mai un’intervista, mai un aggettivo di troppo. A dire il vero non troverete mai nemmeno una sua foto. Rebaudengo esiste, ma non appare. Eppure è il responsabile delle relazioni industriali della Fiat, ovvero è colui che da 14 anni difende gli interessi dell’azienda nelle trattative con i sindacati. Dicono che sia un duro e che per questo riesce a strappare concessioni che all’inizio del negoziato sembrano improbabili. E duro lo è davvero, ma mai volgare, mai infido, sempre leale; come ammettono, per primi, gli stessi sindacalisti che lo hanno conosciuto e affrontato in questi anni.
Dalla Fiom, alla Fim alla Uilm i giudizi sono unanimi: «È un avversario di cui tutti hanno stima». «Non gli ho mai visto sferrare un colpo sotto la cintura», confida un rappresentante dei lavoratori. «È una persona trasparente, chiara e anche molto diretta», conferma Giovanni Sgambati, segretario della Uilm Campania. «Chiarisce sempre in partenza se si può andare in una certa direzione o no. E sa mantenere la rotta». Insomma, non fa perdere tempo con inutili divagazioni e non nasconde la pistola sotto il tavolo. Iniziò la carriera all’Inps e nel 1973 entrò nel gruppo, dapprima alla Weber, poi alla Fiat Auto e al Settore trattori e macchine movimento terra, sempre come responsabile del personale o nell’ambito delle relazioni industriali. Pur non essendo un giurista (è laureato in scienze politiche) ha maturato una competenza straordinaria nell’ambito della contrattualistica e delle leggi del lavoro. Divenne responsabile delle relazioni industriali nel 1996 e nessuno degli amministratori delegati che si sono avvicendati a Torino ha pensato di rimuoverlo; nemmeno il temutissimo Sergio Marchionne, che quando c’è da tagliare una testa non si fa certo pregare.
Quella di Rebaudengo non è mai stata in pericolo; anzi. Da qualche tempo risponde direttamente all’amministratore delegato. Di lui Marchionne si fida, benché non sia certo uno yesman. Negli ambienti del Lingotto si sussurra che Rebaudengo sia uno dei pochi che non esita a esternare le proprie perplessità. Con rispetto, nei dovuti modi, naturalmente.
Quando un giorno udì Marchionne affermare che le relazioni industriali del gruppo erano pessime, anziché far finta di nulla o tentare giustificazioni, si alzò e disse: «Se è questo il suo giudizio, ho le mie responsabilità». Fu confermato all’istante.
Quando si siede al tavolo con i sindacati è accompagnato da Giorgio Giva, responsabile delle relazioni istituzionali. Il gatto e la volpe. O la volpe e il gatto. «Uno interpreta il ruolo del buono, l’altro del cattivo - rivela una fonte sindacale - ma la volta successiva si invertono i ruoli». Intercambiabili e flessibili. Rebaudengo, oggi 63enne, non segue mai la stessa strategia, la cambia a seconda delle circostanze.
Talvolta, durante negoziati lunghissimi ed estenuanti, appare distratto, taciturno; in realtà non gli sfugge nulla. Dotato di una memoria infallibile, non si accontenta mai e tratta fino all’ultimissimo secondo, non fosse che per una virgola. Rompere con lui non è mai un affare, perché quando il dialogo riprende, le condizioni sono sempre peggiori rispetto a prima. E non c’è modo di farlo ricredere.
Ora la complessa partita in corso è per Pomigliano d’Arco e la sta vincendo, a modo suo. Con l’abnegazione di un servitore sabaudo.

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