Il figlio muore in un incidente: lei rifiuta la consulenza danni e rischia 50mila euro di penale

Quando le arrivata la telefonata, al cellulare per di più, dall’impresa funebre per accaparrarsi il funerale, suo figlio era morto da poche ore, per chi amasse le frasi a effetto si potrebbe dire: «il suo corpo era ancora caldo». Subito dopo quella di uno studio infortunistico per seguire la pratica risarcitoria. Che ora, poiché la povera madre ha chiesto di essere lasciata in pace, pretende oltre 50mila euro per il disturbo. «La signora non pagherà nulla - rassicura ora il suo avvocato - però è veramente indegno una tale passaparola tra obitori, onoranze e studi professionali».
Rosaria del Carme Urrutia è una signora di sessant’anni nata nel Salvador. Il suo volto, segnato dal dolore, ha i dolci tratti somatici che tradiscono la sua origine india. La sua piccola statura la fa apparire ancora più fragile. Ha faticato duramente tutta la vita per tirar su i suoi due figlioli, nati dal suo matrimonio con un italiano. Tanto lavoro e poca fortuna. Cinque anni fa è morto il marito, l’anno scorso il figlio da tutti descritto come un ragazzo d’oro e un infaticabile lavoratore. Francesco D’Addato, 22 anni, faceva il panettiere e sabato 24 ottobre si era incontrato con Davide Guerrino e Alberto Lo Bosco, entrambi di 29 anni, per passare la sera insieme. Un paio di birre, un giro con la Renault Clio di Alberto, poi verso le 4 i tre imboccano via La Salle, traversa di via Palmanova, per tornare a casa: gli amici in via Paruta, lui invia Trasimeno. Qui vengono speronati da una Mercedes con tre ladri moldavi in fuga dalla polizia. Per la cronaca catturati tre giorni dopo dalla squadra mobile. I tre amici finiscono in ospedale: Francesco muore subito il ricovero, Davide, ora fuori pericolo, è tuttora sottoposto a impegnative terapie riabilitative, Alberto è stato da tempo dimesso.
Alle 7.30 i carabinieri vanno a suonare alla porta di via Trasimeno 22/10. E la loro presenza lascia poco spazio ai dubbi. Urrutia corre al San Raffaele per vedere il figlio per l’ultima volta poi torna a casa. È quando rientra, squilla il suo cellulare «Non ho mai capito come possano aver avuto il mio numero» mormora la signora scoppiando in lacrime al ricordo di quei terribili momenti. Si può solo ipotizzare che qualche infermiere o addetto all’obitorio abbia aperto il portatile del ragazzo, trovato il numero della mamma e girato all’impresa Preatoni di Segrate che in effetti otterrà in questo modo l’incarico dei funerali. Del pagamento si farà carico il Comune anche se per un mese l’impresa chiamerà tutti i giorni per farsi pagare. Lo stesso numero verrà usato il 28 dallo studio di un certo professor Roberto Marsi di Bernate Ticino che dopo aver messo in guardia la povera donna contro i tanti «imbroglioni», fa firmare a lei al figlio Stefano Marco, un mandato per recuperare i danni. Simili «passaparola» non sono certo inediti, spesso sono stati oggetto di inchieste dei magistrati che hanno arrestato, denunciato e poi condannato infermieri e titolari di onoranze funebri.
Il 13 novembre la donna consigliata da un amico si rivolge a Andrea Barelli, un avvocato vero, per di più specialista della materia. Per prima cosa il legale cerca di mettersi in contatto con lo studio Marsi: «Ho chiamato il numero, scritto e.mail e mandato fax ai recapiti trovati sul loro sito internet, senza ottenere risposta. Poi ho spedito una raccomandata con ricevuta di ritorno e finalmente l’11 dicembre si sono fatti vivi». Chiedendo 52.800 euro. Lo studio Marsi infatti dopo aver sbandierato il famoso contratto sottoscritto il 28 ottobre, spiega di aver «...già inviato (all’assicurazione) una lettera di richiesta danni per un importo complessivo di 440mila euro...». Ma anche che, riscontrato la volontà dei signori Urrutia e D’Addato di recedere il contratto, ora pretende «...a titolo di penale per l’interruzione del rapporto contrattuale, l’importo pari al 10 per cento (oltre Iva) delle somme in oggetto di richiesta risarcitoria o trattazione». Cioè 44mila euro più 8.800 di Iva.
«A parte che l’assicurazione con cui mi ero messo in contatto mi ha scritto solo l’11 gennaio 2010, per informami come lo studio Marsi si fosse appena fatto vivo per chiedere i 440mila euro - replica Barelli - quel contratto è nullo per vizio di consenso e forma e quei signori non beccheranno un soldo. Per il resto - conclude Andrea Barelli - non trovo parole per definire il loro comportamento». Speriamo le trovino ancora una volta i magistrati, magari spulciando il codice penale.
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