La fine del mondo (non) può attendere

Un saggio a quattro mani sul senso della vita e sulle indicazioni che può offrire la biologia

La fine del mondo (non) può attendere

Prendi uno scrittore, Massimiliano Parente, che voleva essere uno scienziato, e un scienziato, Giorgio Vallortigara, che voleva essere uno scrittore; mettili a confronto, chiedendo loro di intrattenere un carteggio; e infine tirane fuori un libro a quattro mani. Qualcuno l'ha fatto. Ecco qua Lettere dalla fine del mondo (postfazione di Giulia Bignami, pagg. 222, euro 18). Un saggio stimolante, che riesce ad affrontare, con apparente leggerezza, temi-chiave per ciascuno di noi.

Lo scrittore si rivela più intransigente dello scienziato nel disconoscere i meriti della cultura umanistica, un castello di carte di fronte alle scoperte scientifiche. Lo scienziato tende a porre limiti alla ricerca scientifica per sottolineare la grandezza degli artisti. Parente e Vallortigara non temono di affrontare i massimi sistemi: cos'è la morte o come l'uomo è diventato consapevole della propria finitezza. Ci sono però pagine molto belle anche su sistemi un po' meno «massimi» ma altrettanto interessanti: cosa siano l'opera d'arte, la bellezza, l'amore in quanto illusione estrema, la continuità tra l'alchimia e la scienza moderna. Ci sono moltissimi altri argomenti, da questo punto di vista Lettere dalla fine del mondo è una miniera di spunti e aneddoti.

Tuttavia, inutile girarci attorno, la vera questione affrontata dal libro è la religione e il nostro rapporto col divino. Parente è così scettico da datare le proprie lettere nell'anno 161 dopo Darwin. Vallortigara cerca di mostrare, se non proprio di dimostrare, che siamo «nati per credere», titolo di un suo libro, tra l'altro. Siamo progettati per dare un'anima, qualunque cosa essa sia, agli oggetti che si muovono. Dal dare un'anima ad avere fede il passo è ancora molto lungo, ma in fondo logico.

E qui arriviamo al problema dei problemi. Davvero la religione, ma sarebbe meglio dire la fede, è una illusione per uomini inconsapevoli del progresso scientifico o una funzione, per così dire, del nostro cervello? Davvero la fede è una consolazione per nascondere a se stessi l'evidenza della cosa orribile, la morte? Sono dunque i credenti dei sempliciotti o degli ignoranti che credono in cose che la scienza giudica impossibili? Qui ci sarebbe voluto il punto di vista di un credente, e non c'è.

Forse le cose sono un po' diverse. Ognuno sperimenta la fede in modo diverso dall'altro ma arriva un giorno, per tutti, in cui si deve scegliere tra l'assurdo e la speranza. Può essere colpa di un lutto o perfino merito di una gioia troppo intensa e troppo labile. Prima o poi eccoti lì, solo con la tua coscienza, davanti allo specchio a chiederti: e ora che farò? Perché continuare? Tutto indica che il nulla, alla fine, avrà sempre ragione di noi e dei nostri cari.

Il mondo è straziato dal male, nel privato, e dal Male, nella storia. La natura è una minaccia costante, una lotta per la sopravvivenza. Lo abbiamo visto in questi mesi, una pandemia può mettere in ginocchio una società evoluta. Lo spiegano benissimo Parente e Vallortigara. L'uomo è una minaccia costante per se stesso e per la natura. Che dire davanti ai bambini ebrei gasati durante la Shoah o a quelli giapponesi inceneriti dalla bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki? Dunque, siamo in balia dell'assenza di senso. Il giorno in cui dovremo scegliere tra l'assurdo e la speranza non ci verrà in soccorso la cultura: la scienza si ferma (per principio) davanti al senso ultimo delle cose; in quanto alla filosofia, le dimostrazioni dell'esistenza di Dio non hanno mai portato nessuno alla conversione. Riassumendo con la frase di un genio, Ludwig Wittgenstein: «Di ciò di cui non si può parlare è meglio tacere». Si riferiva appunto al «senso» di cui non si può parlare perché la metafisica, tutta quanta, non conduce da nessuna parte. Perché il silenzio? Forse perché discorsi inevitabilmente fallaci sul «senso», che si pongono un obiettivo irraggiungibile, rischiano di creare confusione e dolore inutile.

Una risposta alla mancanza di «senso» può essere la fede (ce ne sono anche altre che non prevedono l'esistenza di Dio). Ma i guai non sono finiti. È possibile definire la fede? Silenzio. Kierkegaard: «La fede non si può comprendere: il massimo a cui si arriva è poter comprendere che non si può comprendere. Così anche per un Assoluto non si possono dare ragioni, al massimo si possono dare ragioni che non ci sono ragioni». Non sappiamo spiegare cosa sia ma sappiamo che nessuno ne è escluso. La fede dunque è un prodigio che segue un salto nel buio: si crede contro ogni evidenza e contro ogni ragione.

Sappiamo anche altre cose: la fede non consola, non a caso, per i cristiani, il simbolo è una croce che significa sofferenza. La «scuola» che porta alla fede si chiama angoscia, e non passa in caso di grazia ricevuta. Ancora Kierkegaard: l'angoscia «distrugge tutte le finitezze scoprendo tutte le loro illusioni. E nessun grande inquisitore tiene pronte torture così terribili come l'angoscia; nessuna spia sa attaccare con tanta astuzia la persona sospetta, proprio nel momento in cui è più debole, né sa preparare così bene i lacci per accalappiarli, come sa l'angoscia; nessun giudice, per sottile che sia, sa esaminare così a fondo l'accusato come l'angoscia che non se lo lascia mai sfuggire, né nel divertimento, né nel chiasso, né sotto il lavoro, né di giorno, né di notte».

Quando si dice io credo si dice in realtà: «Ogni giorno mi sforzo di credere. Il mondo è sfigurato dal male e dal dolore. Non lascerò che il male e il dolore abbiano l'ultima parola». Altrimenti, meglio il suicidio.

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