"Fini non farà mai uno sgambetto al Cavaliere"

Il direttore di "Farefuturo", fondazione ispirata dal presidente della Camera, assicura: "Gianfranco non pensa a un nuovo partito". Ma gli uomini vicini all’ex leader di An precisano: "È soltanto un commento personale"

"Fini non farà mai uno sgambetto al Cavaliere"

Roma - Gianfranco Fini non vuole di certo «apparire» come «colui che colpisce alle spalle il suo antico alleato», alias Silvio Berlusconi. Né intende abbandonare l’amico di lunga data, «solo perché nel frattempo sono insorte divaricazioni e attriti». Insomma, «non gli farà lo sgambetto, fondando un suo nuovo partito e non darà una mano ai nemici di quest’ultimo, annidati nel Palazzo, nelle redazioni dei giornali e nelle procure». Bene. È pace fatta, il cofondatore di nuovo a braccetto con il fondatore del Pdl. D’altronde, l’ha scritto sul web il politologo Alessandro Campi, nella fattispecie direttore scientifico di FareFuturo, la fondazione finiana. Come dire, è quello che pensa il presidente della Camera, non può essere diversamente. Sarà. La domanda però nasce più o meno spontanea: ne siamo davvero sicuri? Passano le ore e una strana puzza di bruciato inizia a salire. Insieme alla tensione, una volta letto e riletto l’editoriale di Vittorio Feltri sul Giornale di ieri. Tanto che in merito, dalla presidenza di Montecitorio, rilasciano solo un secco e perentorio «no comment».

Ma andiamo con ordine e partiamo da FareFuturo. «Basta con questa storia che Campi venga preso come il depositario del pensiero finiano», si lamenta un parlamentare fedelissimo dell’ex leader di Alleanza nazionale, che semmai indica Italo Bocchino - anche ieri pomeriggio a colloquio con il presidente di Montecitorio - tra i principali interpreti, in questo momento, del suo verbo politico. «Lui - il riferimento è sempre al docente di Storia del pensiero politico - scrive in maniera autonoma e non sente di certo il presidente prima di farlo. Quindi, non è che può valere sempre l’accostamento diretto con ciò che viene scritto su Ffwebmagazine. Insomma, si tratta di un commento personale. E sono io adesso a farvi una domanda: quando è stato scritto?». Già, bella questione. Per logica, la risposta dovrebbe essere la seguente: domenica. Cioè il giorno prima dell’articolo di Feltri.

Non fa una grinza. Anche alla luce del nervosismo, meglio, della rabbia montante, espressa dal diretto interessato ai suoi, sin dalle prime ore del mattino. Sin da quando, letto il Giornale, ha giudicato, a seconda degli interlocutori con cui si è sfogato, come offensivo, provocatorio, minaccioso il testo messo giù da Feltri. Un avvertimento bello e buono - è il ragionamento che i finiani attribuiscono al loro leader - che sta mettendo davvero a repentaglio, per la seconda volta, i rapporti con Berlusconi, ulteriormente deterioratisi. Perché stavolta, anche se arrivasse di nuovo, la presa di distanze del Cavaliere potrebbe non bastare. Altro che faccia a faccia chiarificatore, peraltro mai messo ancora in agenda.

E allora, come se ne esce? Forse male, visto che la questione rischia di finire in tribunale. Dove parleranno le carte bollate, se sarà il caso, visto che la terza carica dello Stato, in visita al mattino alle zone terremotate nell’Aquilano, in compagnia di Nancy Pelosi, speaker del Congresso degli Stati Uniti, tiene la bocca cucita. E la apre solo per lodare l’opera di ricostruzione, portata avanti in maniera virtuosa da «governo, Regioni, Province, Comuni». Vi è stato un impegno corale, riconosce, senza mai citare il premier, va detto, ma lodando la «grande capacità» del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Guido Bertolaso. Così, «quando le istituzioni lavorano in modo sinergico - afferma a Villa Sant’Angelo, poco prima di inaugurare una scuola materna -, quando lo Stato indica una strada e gli enti locali la seguono, allora i risultati si raggiungono, anche in tempi più brevi rispetto a quelli previsti».

Immancabile un nuovo riferimento alla questione immigrati. La storia di Nancy Pelosi, abruzzese d’origine, ribadisce Fini, «non solo dimostra che bisogna essere orgogliosi delle proprie radici italiane, ma anche che non occorre avere paura dell’immigrazione, né dubitare sulla possibilità di avere una vera integrazione».