Follini e Casini, un futuro da separati in Casa

Tutti gli errori del segretario che hanno portato la coppia storica della politica centrista a trovarsi su posizioni sempre più distanti

Mario Sechi

da Roma

«...Casini... era della stessa nidiata che comprendeva... Castagnetti, Tabacci, Follini». A ricordare quei pulcini democristiani è Arnaldo Forlani, ex segretario di una Balena bianca che inabissandosi ha lasciato i suoi balenotteri liberi di nuotare nel mare della politica. Castagnetti si è buttato a sinistra, Tabacci, Follini e Casini si sono ancorati al centro. Il primo è il re delle strambate improvvise, gli altri due fino a ieri regatavano in coppia, timone al centro e vento in poppa. Fino a ieri. Perchè la rotta di Marco Follini e Pierferdinando Casini si è divisa, l’uno oggi sembra seguire il richiamo della tempesta, l’altro vuol solcare le onde con il favore degli alisei per approdare al porto sicuro. È sufficiente osservare barometro e bussola della politica per capire che la navigazione è separata, rotte e destinazioni diverse.
Bastava leggere ieri l’Avvenire per scoprire che il tenace proporzionalista Follini aveva zavorrato l’Idea. La scena è di quelle «a ruoli invertiti»: proprio nel momento in cui l’obiettivo (legge elettorale proporzionale) è a portata di mano Casini diventa il punching ball della sinistra prodiana, l’uomo politico da bersagliare, mentre Follini - invece di schierarsi subito con il suo leader - improvvisa una difesa tardiva, sveste i panni del segretario di partito e si acconcia da carica istituzionale, con toni quasi ciampiani: «Una nuova legge proporzionale mi sta a cuore, ma molto più la tenuta di un sistema di regole, di equilibri, di garanzie...».
Più che il cuore, in Follini ha sempre la meglio il gelido carattere. Il segretario Udc dice di «voler battere l’Unione» ma (quasi) incassata la riforma elettorale dissotterra l’ascia di guerra. Stavolta «Pier», l’amico di sempre con cui Follini «non ha mai litigato» non è convinto. Dopo la riunione di Palo Laziale in cui il partito, senza se e senza ma, da Giovanardi a Tabacci, aveva deciso di avandare avanti con la legge elettorale, il segretario sembra voler perseguire il disegno «della fine della monarchia di Berlusconi», mentre il leader e padre naturale dell’Udc ha una visione diversa, dentro e non fuori dalle mura della Cdl, liberi di scegliere la tinteggiatura e l’arredamento ma non fino al punto di sbaraccare tutto e restare a guardare il cielo stellato con il naso all’insù.
Sono cresciuti entrambi democristiani, alla scuola di Toni Bisaglia, dove «proseguono e si intensificano i legami del Movimento giovanile» e continua «una storia di affinità politiche, un vincolo affettivo». L’intreccio resta, l’amicizia pure, ma qualcosa è cambiato. Troppo lontano il Follini di oggi da quello che ieri lanciava l’appello a Rutelli: «C’è una crisi di rappresentanza e c’è bisogno di una legge elettorale proporzionale» (era il 30 agosto 2005 e Rutelli rispondeva picche). Una distanza siderale da quel Follini che il primo luglio del 2005 tuonava: «Senza la proporzionale non si va da nessuna parte». Remoto il Follini odierno da quello che il 5 settembre scorso sentenziava: «Chiediamo una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza». Un’altra persona rispetto al Follini che il primo luglio del 2004 non esitava a dire che «noi non vogliamo sabotare le riforme ma correggerle. La riforma non è l’undicesimo comandamento e in quest’ambito fa parte a pieno titolo di questo processo di riforma una legge elettorale di stampo proporzionale». Era un Follini più nitido quello che il 17 ottobre 2004 non esitava a dire che «si tratta di dare agli elettori un diritto e un potere in più. Devono poter scegliere tra coalizioni, tra partiti e tra candidati». Un’apertura e un finale di legislatura, dal 2001 a oggi con un solo leit motiv, la riforma elettorale, un profluvio di dichiarazioni e penultimatum che ha numeri strabilianti (almeno 60 volte nel 2005 e così via nel corso degli anni precedenti) per sfociare poi in un’intervista dove si vogliono scongiurare le «gare di wrestling» e si invoca il «fair play», fino a entrare in zona primarie e lanciare messaggi felpati al presidente della Camera: «È lui il titolare della formazione tipo... Se poi devono scendere in campo le riserve siamo in tanti, ma io punto sul titolare».
È un cambio di passo e di percorso che Casini e il partito non possono seguire. Qualcuno mette il paso doble folliniano in relazione con le avance di Ds e Margherita sulla desistenza da offrire sul piatto d’argento all’Udc. Follini nega, sdegnato, ma lo fa con un giorno e mezzo di ritardo e la strana sortita del coordinatore della Quercia Vannino Chiti («l’Udc corra da sola, avrà desistenza e diritto di tribuna»), gli ammiccamenti di Marini, Castagnetti (rispunta un pulcino dell’antica nidiata) e Bianco hanno insospettito i centristi che non vogliono saltare il fosso. Ecco Giovanardi sollecitare chiarezza («Marco deve dirci se sta a fianco di Casini o vicino a Tabacci») e Lorenzo Cesa, l’abile interprete del follinismo, brandire la scimitarra e invitare Giovanardi «a trovare il coraggio, che gli è mancato al congresso, di candidarsi alla segreteria e di condurre la sua battaglia politica all'interno del partito e non più comodamente all’interno del governo». Gocce del distillato democristiano, il vetriolo. Corrosivo di sodalizi all’apparenza al titanio.
Follini nel suo libro Intervista sui moderati racconta così il tandem con Casini: «Siamo amici da trent’anni: se non portavamo i pantaloni corti, poco ci mancava. Trent’anni di incontri quotidiani, di infinita confidenza, di differenze caratteriali levigate dalla consuetudine. Di amicizia vera, insomma. In politica di amicizie ce ne sono state tante, quasi sempre molto segnate, però, dalle circostanze e dai rapporti di forza. Non è il nostro caso. E in tutto questo tempo, che io ricordi, ci è capitato di litigare una volta sola. Ecco la differenza».
L’amicizia è salda, ma forse c’è da scrivere un nuovo capitolo e qualcuno azzarda il finale thriller: Casini è il leader, Follini il segretario. Se il leader decide una cosa, il partito lo segue. E Follini? È coerente, farà quello che ha detto: «Se c’è un’opinione larga che coincide con la mia posso essere utile all’Udc, ma se l’opinione dell’Udc dovesse mai essere una, e la mia un’altra, sarei di intralcio e quindi...». Si dimetterà?