Il Fondatore tra i «Bolliti»

Quando passai all’Espresso i nostri rapporti (con Eugenio Scalfari, ndr) a poco a poco si fecero inesistenti. La lunga amicizia e il ricordo del lavoro in comune per tanti anni presero a contare sempre di meno. E da un certo punto in poi vennero incrinati da un fastidio nei miei confronti che sentivo crescere in Scalfari. Era una mia sensazione personale, però la provavo. Tanto da chiedermi che origine avesse.
Pensai, e lo penso ancora, che il fastidio fosse dovuto ai miei libri revisionisti sulla guerra civile. A cominciare dal Sangue dei vinti, pubblicato nel 2003 quando stavo ancora all’Espresso, con i direttori venuti dopo Rinaldi. Una delle critiche più assurde sosteneva che avevo affrontato quella ricerca per fare un piacere a Berlusconi. Eugenio mi conosceva bene e immagino che non abbia creduto a questa accusa grottesca. Eppure qualcuno mi rivelò che non aveva gradito per niente Il sangue dei vinti e i libri successivi. Confesso di non averne compreso la ragione. A Scalfari non era mai importato un fico secco della guerra civile. Pur essendo del 1924, la classe di molti partigiani e di tanti ragazzi di Salò, aveva evitato di schierarsi. Non aveva imitato né il suo amico Italo Calvino, partigiano in Liguria, né Livio Zanetti, poi direttore per molti anni dell’Espresso, tenente della Guardia nazionale repubblicana. Eugenio si era limitato a rifugiarsi in Calabria, in una proprietà della famiglia.
Insomma, Scalfari era uno dei tanti giovanotti italiani che erano rimasti a guardare, mentre molti loro coetanei si accoppavano ogni giorno. Tuttavia i miei libracci revisionisti erano un prodotto estraneo al clima antifascista duro e puro che si respirava nel gruppo Espresso.
A spiegarmelo tra le righe, ma con la franchezza che bisogna riconoscergli, fu Ezio Mauro. Nel 2007, alla fine di un nostro incontro di lavoro, il direttore di Repubblica, arrivato dopo Eugenio, mi offrì un consiglio bonario: «Dovresti scrivere un libro per i tuoi lettori di prima». Erano tanti i segnali che l’ambiente del gruppone dell’Ingegnere ormai mi considerava un estraneo.
Quando morì Gianni Rocca, era il febbraio 2006, alla conclusione della cerimonia funebre, andai a salutare Scalfari. Ma lui si comportò come se non mi riconoscesse. Aveva una barba bianca da sant’uomo e lo sguardo perso nel vuoto. Dopo di allora mi è capitato di vederlo soltanto alla tv. Un vegliardo impassibile. Ormai abituato a dare risposte lente, come si addice ai profeti. Qualche volta butta lì cose sensate, altre volte no.
La sua figura si è allontanata molto dalla mia vita. Non leggo i lunghi editoriali della domenica, però non ne avverto la mancanza. Li trovo inutili perché sempre ispirati a un partito preso: dapprima la guerra totale contro Berlusconi, oggi contro chissachì. Non conosco se i giudizi al veleno di Scalfari, in un succedersi di requisitorie pronunciate con l’asprezza di un pubblico ministero ogni volta più accanito, abbiano ancora influenza sul mondo politico.
Però temo, per lui, che a contare sia soprattutto il giornale che le stampa: lo strapotente foglio repubblicano guidato da Mauro. Ma è possibile che a Eugenio non importi nulla. Come tutti i signori anziani, me compreso, lui è sensibile soltanto agli omaggi. Specialmente se gli vengono dalle signore dei talk show, come Lilli Gruber e Serena Dandini. Oppure dagli articoli enfatici di Barbara Spinelli, esempio di adulazione concettosa e sempre eccessiva. Tuttavia questo libro non è fatto per confezionare soffietti a vantaggio di qualcuno.
E così spero che Scalfari, arrivato alla gloriosa età di 88 anni, non si adonti se lo colloco nel girone dei bolliti.

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