«La Francia boccia il Trattato non l’Europa»

Mario Sechi

da Roma

«L’Europa è malata, ma non è morta come ha detto qualcuno dopo il No della Francia». Il ministro degli Esteri Gianfranco Fini mixa l’ottimismo della volontà e la realpolitik per commentare la crisi che attraversa il Vecchio Continente. Lo stato di salute dell’Unione europea non è dei migliori ma Fini pensa «che se per Europa si intende l'Unione europea dopo il voto francese, allora certamente è malata. Se invece si intende il senso di appartenenza dei popoli europei ad una comune tradizione, ad un comune destino allora non è malata».
Qual è il male che affligge l'Unione europea del voto francese?
«I francesi hanno votato secondo me guardando più ai mali della Francia che ai mali dell'Europa. Non hanno trovato nel Trattato costituzionale sottoposto alla loro ratifica quello che cercavano per sentirsi più sollevati di fronte alle sfide che sono chiamati a fronteggiare. Ciò non vuol dire che nel Trattato non vi siano pagine che non vengono immediatamente comprese, un'ampiezza forse eccessiva di articoli, ma liquidare, come qualcuno ha fatto, il no al trattato come un no all'Europa mi sembra sbagliato».
Tornano le nazioni?
«In Francia è prevalsa l'opinione di chi diceva, anche per ragioni storiche, “rafforziamo lo stato nazionale”. Torniamo alla fase in cui le frontiere garantiscono la sicurezza, perché rendono meno agevole l'ingresso degli extracomunitari».
È un No figlio della crisi economica?
«I francesi hanno votato No perché temevano che una congiuntura economica negativa e prolungata, accompagnata dalle riforme proposte dall'Ue, potesse indebolire le garanzie. Questa è una delle grandi differenze, non solo ideologiche ma culturali, tra Europa e Stati Uniti. Gli Usa sono sempre più il continente delle opportunità, l'Europa anche per ragioni anagrafiche è il continente delle garanzie».
L’allargamento a Est è stato troppo rapido?
«Forse da parte delle leadership politiche vi è stata una sottovalutazione di quelle che potevano essere le conseguenze del processo di allargamento in una condizione di stagnazione economica. È così che in Francia è nata la sindrome dell’idraulico polacco».
Lei sostiene che le ratifiche debbano continuare. Tuttavia il referendum in Inghilterra è a rischio.
«Che tutti coloro che non l'hanno ancora fatto si pronuncino mi sembra indispensabile. Innanzitutto per ribadire che vi è assoluta parità tra Stati grandi e Stati piccoli e che non vi è alcun Paese che ha diritto di veto. Sarebbe irriguardoso nei confronti di chi ha già votato, dire “il vostro voto non conta nulla perché la Francia ha detto no”. Che invece i cittadini britannici, sull'onda del voto francese e di quello olandese, possano a loro volta dire no, questo lo metto in conto. Mi parrebbe invece paradossale che, per non andare incontro a una eventuale bocciatura il governo britannico decidesse di non ratificare la Costituzione».
I giornali inglesi dicono che a Blair interessa meno la Costituzione e più l’economia e che sia pronto a far pressioni su Chirac per chiedere di cambiare rotta e avviare la deregulation in Europa.
«Bisogna ricordare che tra tutti i popoli europei, quello britannico è quello in cui il senso di identità diventa estraneità dalla parte europea. Mi viene in mente il famoso titolo del Times: “Tempesta sulla Manica, il continente è isolato”. Ma va anche ricordato che Blair ha sempre lavorato per un processo di integrazione della Gran Bretagna nell’Unione, non di isolamento».
Blair sostiene che bisogna ridiscutere le riforme economiche.
«Ho parlato anche recentemente con Blair quando è venuto a Roma, a colazione con Berlusconi. Lo dice con un’accezione che considero positiva: non possiamo far capire agli europei che Bruxelles è soltanto una serie di regole che finiscono per mettere dei lacci all’economia reale, alla produzione di ricchezza. Servono regole per accrescere la ricchezza».
La Francia ha detto no, l’Olanda potrebbe imitarla oggi. Che cosa succederà?
«Va ricordato che sono 25 i parlamenti che si devono pronunciare e che al momento soltanto uno, per quanto autorevole, ha detto No. Aspettiamo il 31 dicembre 2006 per fare una fotografia onesta di quello che ha detto la maggioranza degli europei. È naturale che non possiamo far finta di nulla di fronte al no francese, a maggior ragione se ce ne fossero altri».
È possibile rinegoziare il Trattato?
«Quello che è stato sottoposto al voto - con buona pace di chi non l'ha capito - è tutt'altro che l'esercizio autocratico di una élite. L'esperienza della Convenzione non ha eguali, se non risalendo a quella di Philadelphia. Rinegoziare significa verificare se c'è l'unanimità (questo principio vale sempre) per modificare alcune parti del trattato. Farlo adesso sarebbe negativo, anche perché in questo momento vi sarebbe il tentativo di rinegoziare al ribasso. Farlo, al contrario, con le acque un po' più calme, con una maggiore percezione di quel che è accaduto e di quali possono essere i rimedi, è certamente una soluzione».
È finita l’Europa fondata sull’asse franco-tedesco?
«Non c’è dubbio che è la prima volta che assumono posizioni - simbolicamente il giorno prima e quello dopo - di segno diverso su una questione fondamentale. Non so se è lecito parlare di “fine dell’asse”, ma indubbiamente le due locomotive hanno imboccato strade diverse».
Possibilità di un referendum in Italia?
«Nessuna. Si tratta di una bizzarra provocazione».
Quanto ha pesato l’euroretorica di cui ha parlato il presidente della Camera Casini?
«Casini non ha torto. Se accanto ai nobili principi declamati e non praticati c’è l’Europa delle dimensioni medie delle zucchine, delle 250mila pagine di direttive, allora poi è chiaro che il cittadino dice: “Che cosa mi stai propinando?”».
Quanto hanno pesato i timori per un euro forte con il dollaro ma che ha indebolito il potere d’acquisto di molti europei?
«L’euro agli occhi di molti è un elemento di preoccupazione, proprio perché associato all’Europa. Non è l’euro che ci ha impoverito - in Italia sì per il modo leggero in cui è stato fissato il cambio e per una certa politica di speculazione nel commercio - anche se è chiaro che la semplificazione “Europa uguale Euro”, ha inciso sul voto».
Il No francese potrebbe essere cavalcato dal centrodestra per dire che questa Europa è figlia della sinistra guidata da Romano Prodi?
«Francamente mi sembra più un elemento di propaganda che di analisi politica. Sono due livelli diversi e non mi scandalizzo, ma cerchiamo di tenerci a un livello consono che è quello dell’analisi: cercare la causa del venir meno di un certo europeismo e cercare la terapia».
L’Italia prenderà un’iniziativa diplomatica?
«Dovrà fare quello che ha auspicato il presidente Ciampi - che non è certo un europeista declamatorio - assumere anche su di sé la responsabilità di non far cadere il progetto europeo e di rilanciarlo. Non lasceremo nulla di intentato per salvare lo spirito - e anche la lettera, con le necessarie modifiche - del Trattato. Nel futuro servirà più Europa».

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