La terra madre da cui scappò per diventare "PPP"

Se si segue la vulgata, il rapporto di Pasolini con il Friuli è stato improntato soprattutto a una struggente nostalgia di realtà incontaminate fonte d'ispirazione di versi memorabili, «Tu lo sai quel luogo, quel Friuli / che solo il vento tocca, ch'è un profumo!». Tutto ciò in parte è vero, il fatto stesso che il poeta riposi a Casarsa, in quella commovente tomba-culla concepita da Gino Valle, ne è un evidente indizio. Ma quando si ha a che fare con Pasolini non si può mai parlare di rapporti pacificati, del tutto risolti.

In realtà il rapporto di Pasolini con il Friuli, e viceversa (quello del Friuli con Pasolini), è un rapporto ambiguo, paradossale, di profondo amore-odio. Del resto, da vero wildiano, Pasolini sapeva benissimo che «ogni uomo uccide ciò che ama». Linguisticamente (e poeticamente) Pasolini dà al Friuli (e all'Italia) un autentico capolavoro: Poesie a Casarsa. L'intuizione è geniale. La tradizione fatta di dialetti in fondo cittadini (il milanese di Carlo Porta ma anche del dialettofono Manzoni , il veneziano di Goldoni, il romanesco di Belli, il napoletano di Basile) viene completamente ribaltata a favore di una parlata contadina, di confine, senza alcuna traccia scritta, tendente già al Veneto nelle vocali finali aperte in -a, e quella parlata viene portata al livello delle grandi lingue poetiche europee, il francese, lo spagnolo, il tedesco. Non era mai successo. (E poi sarebbe successo sempre più spesso, ma per farlo succedere ci volle Pasolini: in fondo anche Amarcord deve molto a Poesie a Casarsa; nel secondo Novecento il dialetto non è quello di città, ma quello del piccolo borgo).

Invece il rapporto con il Friuli cambia se lo si vede sotto una luce biografica. Una legge non detta e segretissima (che potremmo chiamare «Legge di Pasolini») dice così: Solo chi lascia il Friuli trova la fama. Controesempio: Amedeo Giacomini, grande intellettuale e poeta, l'unico vero successore friulano di Pasolini, ha sempre vissuto tra Udine e Codroipo, senza mai raggiungere la notorietà che avrebbe meritato figura di coltissimo maudit, dovrebbe spiccare nel canone poetico novecentesco. Lo stesso vale per Elio Bartolini, potente narratore alla Fenoglio, impareggiabile sceneggiatore di Antonioni sempre di stanza in Friuli però. Ecco, invece, Pasolini razionalmente? visceralmente? intuì questo nodo/snodo. Mi direte che ci furono i famosi «fatti di Ramuscello», lo scandalo sessuale che portò alla fuga a Roma. Ferita dolorosissima, certo, probabilmente pilotata pure ad hoc (Pasolini era figura scomoda in quel Friuli postbellico, bianchissimo di strade polverose e Democrazia cristiana), ma fu anche la grande occasione per scappare e diventare Pasolini.

In Pasolini non vige il principio di non-contraddizione, in lui tutto è polimaterico e polimorfico, mutante. Se Pasolini fosse rimasto in Friuli, non sarebbe diventato Pasolini. Per tutta una serie di ragioni, alcune facilmente intuibili: in Friuli non c'erano case editrici nazionali, né case di produzione cinematografica, non c'erano Moravia e Bertolucci. Il friulano lingua meravigliosa, dolcissima non ha la forza magmatica e travolgente del romanesco. Impossibile scrivere Ragazzi di vita in friulano (dove suonerebbe Fruts di vite, lirico ma non scandaloso). Impossibile ambientare Accattone lungo il Tagliamento fiume che possiede una delicata poesia campestre, ma non l'irruenza brutale e teppistica del Tevere. In un mio romanzo provai persino a immaginare Pasolini in Friuli per tutta la vita. Ecco cosa scrissi: «Resta in Friuli a insegnare alle medie. È un bravissimo professore, molto amato dai ragazzi. Questo impegno lo assorbe tantissimo, la mattina fa lezione, mangia insieme ai ragazzi, fa doposcuola, e torna a casa nel tardo pomeriggio, distrutto dalla stanchezza. Scrive sempre meno. Da brillante promessa della poesia italiana retrocede lentamente sempre di più verso i piani bassi del dilettantismo, del concorso di poesia da sagra di paese Polenta e osei. Tonuti Spagnol, il giovanissimo poeta dell'Academiuta, è il suo amico inseparabile, a volte vanno al cinema, magari a Udine, e allora Pasolini gli confessa con gli occhi lucidi: Come mi piacerebbe girarne uno. Ma lì in Friuli non lo farà mai».

Ecco, questo è stato il Friuli per Pasolini: adorata culla linguistica, temuta trappola biografica da cui scappare, terra madre lasciata prima che potesse diventare una letale Medea.

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Commenti

Walzer

Dom, 02/08/2020 - 12:38

Analisi puntuale e lucida. Tutto vero. Ma senza l'esperienza friulana (in cui troviamo tutto il Pasolini maturo "in nuce") non sarebbe diventato PPP.