«Funerali, un racket da 500 milioni»

Non solo infermieri e addetti agli obitori pronti a segnalare il decesso tempestivamente all’impresa di onoranze funebri, che poi li ripagherà con laute mance, ma anche cooperative di infermieri che seguono il malato terminale e poi vestono il morto, fioristi, marmisti, carri funebri, casse, urne cinerarie. Tutto per gestire l’intera pratica dall’inizio alla fine. Anzi, prima ancora, attivandosi quando il futuro cliente è ancora in vita. Tutto per cercare di ritagliarsi la fetta più grossa di una torta enorme, difficile da quantificare ma che forse potrebbe aggirarsi intorno al mezzo miliardo. È il quadro, a tinte fosche, tratteggiato da Frediano Manzi, presidente del gruppo Sos Usura. Ha denunciato molte associazioni criminali, è stato minacciato, ha vissuto a lungo sotto scorta. Di racket se ne intende.
«E quello del caro estinto è un racket vero e proprio, con fatturati da capogiro, ben strutturato, con pochi soggetti o famiglie in grado di controllare e gestire ogni singolo dettaglio».
Capaci di attivarsi immediatamente appena segnalato il decesso.
«No, molto prima. Si comincia a lavorare il morto quando è ancora in buona salute. Molti anziani temendo che nessuno possa pensare al loro funerale hanno la mania di andare per cimiteri, si guardano attorno, osservano loculi e tombe e inevitabilmente chiedono informazioni al becchino, che con grande gentilezza spiega che c’è chi può occuparsi di tutto. Ovviamente è su libro paga di qualche grossa impresa».
Dunque il morto bisogna iniziare a curarlo da vivo.
«Certamente. Poi però la persona si ammala, è costretta a letto, non sempre i congiunti sono in grado di seguirlo. Ecco allora si affidano a cooperative che offrono cure infermieristiche e molte sono state create appositamente dai soliti personaggi che gestiscono le maggiori imprese di onoranze funebri in città. In questo modo non solo lucrano sull’assistenza, ma sono pronti a intervenire non appena il paziente è deceduto. Con un grosso vantaggio. Come non avere fiducia di quella gentile signora, di quel brav’uomo che tanto amorevolmente ha seguito nelle ultime ore il caro congiunto?».
Geniale, non c’è che dire.
«Poi c’è la rete di infermieri che lavorano nei reparti dove sono ricoverati soggetti affetti da gravi patologie. Divisioni oncologiche in particolare. Quando al paziente rimangono poche giorni o poche ore di vita, viene riportato a casa, per lasciarlo morire tra i suoi cari e i suoi affetti. Già a questo punto parte la telefonata di avvertimento. E nel giro di qualche minuto il rappresentante dell’impresa è sotto casa dell’agonizzante».
Adesso arriviamo alla fase canonica della telefonata fatta dall’obitorio?
«Aspetti, non c’è solo quella. Spesso si tratta di ricomporre, lavare e vestire il corpo, un’attività che non viene fatta dai dipendenti degli ospedali o delle case di riposo, ma viene affidata a ditte esterne, quasi sempre cooperative. Anche queste controllate dai soliti gruppi».
A questo punto il funerale è assicurato.
«E cominciano gli affari. A parte il comprensibile, purtroppo, tentativo di offrire i migliori servizi, che sono anche i più costosi, c’è tutto un mondo che gira intorno alle esequie, che non si fermano al solo trasporto. C’è la cassa, comprata in Polonia a cento euro e rivenduta a mille. Ci sono i fiori, e la società che li fornisce è sempre del gruppo che sta gestendo la cerimonia. Qualcuno poi chiede una lapide, se non un monumento funebre. E l’agenzia offre prontamente i servizi di una affidabile ditta di marmisti. Ovviamente una loro consociata».
Insomma non tutti possono permettersi di morire.
«Direi di no. Un funerale medio viene a costare, come ha calcolato la Regione tre anni fa, oltre i 3mila euro. Ma si tratta di cerimonie molto spartane».
Calcolando che ogni anno nel milanese muoiono 50mila persone, ipotizziamo un giro di 150 milioni?
«È molto più alto. Primo perché spesso in giro ci sono veri e propri “pescecani” che, quando si rendono conto che la famiglia ha delle possibilità, cercano di spremerle fino all’ultimo euro. Ho sentito di una cremazione fatta pagare 12mila euro. Una rapina. Se poi i parenti vogliono fare le cose in grande, ecco spuntare il monumento funebre. Mi hanno parlato di lavori da 250mila euro. Insomma calcolando gli annessi e connessi, direi che forse la cifra può essere moltiplicata per tre, andando a sfiorare il mezzo miliardo. Mi creda un morto è un vero affare e soprattutto è l’unico cliente che non può lamentarsi del trattamento».
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