Letteratura

Gambarotta, autobiografia di un talento imprevisto

Correva l'anno 1987 e i dirigenti Rai, dovendo fronteggiare l'esodo delle star verso le emittenze berlusconiane, tirarono fuori dal cilindro l'idea del sabato sera ad Adriano Celentano

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Correva l'anno 1987 e i dirigenti Rai, dovendo fronteggiare l'esodo delle star verso le emittenze berlusconiane, tirarono fuori dal cilindro l'idea del sabato sera ad Adriano Celentano. Ci voleva però uno che, almeno in parte, ponesse rimedio alle estemporaneità del Molleggiato. Quell'uno lo individuò lui stesso: Bruno Gambarotta, funzionario Rai di lungo corso. Fu da lì che la platea televisiva si affezionò a questa nuova incarnazione del signore di mezza età di Marcello Marchesi.

Gambarotta definisce la sua esistenza pre-notorietà «noiosa e grigia», ma la verità è che ne ha combinate sempre parecchie, come si evince dal suo libro Fuori programma. Le mie memorie dalla Rai (Manni Editori). Astigiano al pari di Alfieri e Paolo Conte, cominciò in Rai nel '62 come cameraman ma di lì a poco vinse un concorso da programmista.

Destino volle che tra gli esaminatori vi fosse Angelo Guglielmi, di cui sapeva vita e miracoli non conoscendone però il volto, e non sapendo neanche che era tra i commissari: si lanciò in una entusiastica disamina dello «sperimentalismo estremo e perenne» del futuro direttore di Raitre mentre quest'ultimo stava là, ad ascoltarlo!

Negli anni a seguire, collezionò una lista lunga di incontri eccellenti: dal salotto di casa Pasolini alle giornate con Carmelo Bene; dal tentativo, riuscito, di lanciare Costanzo, superando le resistenze dei capistruttura che non credevano in Bontà loro fino ai Viaggi in seconda classe in compagnia di Nanni Loy.

Non manca neppure, nel portfolio, la recitazione. Comencini per primo, ne Il gatto, vide in lui una bella faccia da «tinca», ovvero nel gergo una comparsa espressiva, e da allora è stato «tinca» più e più volte.

Da piemontese schivo non accenna, nell'autobiografia, alla sua prolifica carriera da scrittore «coi baffi», espressione con cui il padre

indicava i tipi in gamba. Forse come narratore non ha raggiunto il suo mito Simenon, che tra l'altro ebbe modo di conoscere per un servizio, tuttavia i baffi, a differenza del creatore di Maigret, lui li porta per davvero.

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