Gassman, genio antipatico perché perfetto

Un volto da medaglia che faceva pensare a un tribuno o a un console romano e una straordinaria atleticità di recitazione che nessuno degli altri grandi aveva. Dieci anni fa se ne andava il Mattatore che sapeva rischiare tutto sulla propria pelle

Gassman, genio antipatico perché perfetto

«Da grande voglio fare Il Mattatore» dissi ai miei all’ora di cena. «Ma certo, tesoro, e cosa fa di bello un mattatore?» chiese dolcemente mia madre riempiendomi il piatto. «Ruba, scappa e si diverte» replicai ispirato inforcando gli spaghetti. «Te l’avevo detto che era una stupidaggine fargli fare la comparsa» disse sconsolato mio padre. «Se ragiona così a otto anni, a quindici rapinerà una banca…». «Ma guarda che hanno selezionato tutti ragazzini di buona famiglia: c’è il figlio del professor X e del colonnello dei carabinieri Y, ci sono i due gemelli del dottor Z, che lavora al ministero del Tesoro…». «C’è anche Teresa, la figlia della portiera, e Nando, il figlio del meccanico» puntualizzai io, che ero già un bambino interclassista. «Zitto e mangia» chiuse mio padre. «Domani da scuola fili subito a casa e non voglio più tornare sull’argomento». Una carriera stroncata sul nascere.

Il Mattatore lo giravano dietro casa mia, a Roma, quello per la televisione, dico, perché Il Mattatore cinematografico seguì, credo, a ruota, rimodellato per il grande schermo. L’episodio che mi aveva entusiasmato e a cui avevo partecipato con entusiasmo, vedeva Vittorio Gassman entrare in un lussuoso negozio di scarpe e provarne un paio in bellissimo cuoio. A quel punto dalla strada e da una banda di ragazzini precedentemente prezzolati, partiva un uovo che andava a centrargli il vestito. Fingendosi furibondo, lui usciva di corsa dal negozio e si dava al nostro inseguimento, con ai piedi le scarpe nuove…

Gassman non aveva allora ancora quarant’anni e quel volto da medaglia che faceva pensare a un tribuno o a un console romano. Era stato quel volto, nel primo decennio di carriera, il suo tormento e la sua estasi, perché lo condannava e insieme lo imponeva in ruoli da eroe o da vilain, il cattivo un po’ perverso, da Don Giovanni e, insomma, da bello e/o maledetto. La statura, la voce, la cultura facevano il resto e così si aveva il paradosso di un attore con tutti gli elementi eroici del cinema d’anteguerra, catapultato fuori tempo in un dopoguerra che fra neorealismo e «italiani brava gente», poveri, umili e perdenti, non lasciava spazio a quello che sembrava il campione di una razza estinta, ovvero di una razza sconosciuta.
Anche per questo il suo meglio, sino ad allora, Gassman lo aveva trovato nel teatro, dove quel tipo umano, dai tragici greci a Shakespeare, a Garcia Lorca, aveva ancora un significato e un commercio. La gelosia omicida di Otello, il discorso di Antonio sul cadavere di Cesare, il lamento di Ignacio: «O blanco muro de España, o negro toro de pena»… Qui la voce, bellissima, priva di inflessioni dialettali, si dilatava come un’armonica, in grado di qualsiasi magia, qui l’antipatia che l’italiano medio dell’epoca portava per tutto quello che medio non era, poteva pacificarsi nell’ammirazione. Perché quel Gassman era antipatico proprio per eccesso di perfezione, troppe doti in una persona sola e in un Paese che avendo peccato per eccesso di grandezza altrui, guardava ora con sospetto qualsiasi superomismo, qualsiasi ducismo di ritorno e di riporto.
Poi, è storia del cinema, arrivò Mario Monicelli e letteralmente lo sfigurò: gli fece la fronte bassa, le sopracciglia spioventi, il naso storto di Peppe er Pantera dei Soliti ignoti, quello che diceva «s-s-s-scientifico» per far capire che aprire una cassaforte non era roba da ladri di polli. Il seguito fu, per almeno un ventennio, un susseguirsi di interpretazioni memorabili. Gassman se n’è andato esattamente dieci anni fa, prima di compiere ottant’anni. L’ultimo periodo della sua vita non fu facile, perché come tutti i vitalisti dal temperamento malinconico, la depressione con cui aveva sempre convissuto, si fece via via più forte nell’accorgersi di quanto e come ne segnasse il fisico. La vecchiaia punisce più crudelmente chi la giovinezza dotò di maggiori risorse, allegramente dilapidate proprio perché ritenute eterne. C’era una atleticità nella sua recitazione che nessuno degli altri grandi moschettieri della sua generazione, Sordi e Tognazzi, Mastroianni e Manfredi, possedeva.

Era anche questo a rendere particolare la sua cialtroneria d’artista, il dar vita a personaggi quali il Bruno Cortona del Sorpasso, il Marco del Gaucho, il Lorenzo Santenocito di In nome del popolo italiano… Ciò che emergeva era un italiano cinico e sfrontato, amorale e freddo, eppure con qualche sprazzo di umanità, subito ricacciata indietro, quasi fosse una colpa di cui emendarsi. L’altra faccia, nella vita vera, era razionale, un po’ tedesca, puntigliosa e generosa. In un bel ritratto che Montanelli gli fece mezzo secolo fa, veniva fuori l’immagine del manager che per risolvere il problema del teatro italiano, «il pressapochismo», ipotizzava un «piano quinquennale», con un «Carro di Tespi smontabile e motorizzato, in tutto e per tutto autosufficiente»… Il bello è che lo mise su davvero, ed economicamente ci rimise un sacco di soldi. Era uno che credeva in quello che diceva, Vittorio, uno che sapeva anche rischiare. Ma con i suoi soldi e sulla propria pelle.

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