Genova dà l'addio ai suoi morti Bagnasco: «Non accada mai più»

Genova dà l'addio ai suoi morti Bagnasco: «Non accada mai più»

(...) per i nove morti della tragedia del porto. È il giorno del dolore e dell'addio, è il giorno in cui la città piange e si stringe in un abbraccio lungo e sofferente per rendere omaggio a chi ha perso la vita in quella notte sciagurata. Con i drappi neri che penzolano dalle finestre del Carlo Felice, le serrande dei negozi del centro storico chiusi a lutto, la processione degli otto carri funebri e l'applauso della gente che li segue dal porto lungo via San Lorenzo. Con le corone di fiori appoggiate ai portoni del duomo di Genova e i genovesi che seguono la cerimonia in piazza Matteotti. Affollata sì, ma non gremita come invece vorrebbe un'occasione del genere.
Ma lo strazio più grande è per loro, per i parenti delle vittime, per chi resta e deve salutare per l'ultima volta i propri cari. Arrivano a piccoli gruppi, stringono in mano un cartellino azzurro con la scritta «Direzione marittima di Genova», come un lasciapassare per sedersi tra le prime file della navata, dove mai avrebbero voluto prendere posto e si avviano verso l'ingresso laterale della chiesa. Passano tra giovani ufficiali in divisa che si mettono sull'attenti in segno di rispetto, tra i ragazzi della capitaneria di porto, tra i compagni dei propri figli, mariti, fidanzati, nipoti e padri che ora non ci sono più. Gli occhi pieni di lacrime dietro agli occhiali neri, e le braccia strette l'un l'altro per sostenersi e farsi coraggio. Entrano e una mezzora prima che il cardinale Angelo Bagnasco inizi ad officiare la cerimonia - «la sciagura che ha colpito il porto non accada mai più», saranno le sue prime parole nell'omelia -, si ritirano nella sacrestia dove li attende il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. In una cappella lontana dagli obiettivi delle telecamere, dalle televisioni e i microfoni di tutt'Italia ad ascoltare le sue parole di conforto. Mentre in chiesa iniziano ad arrivare anche le più alte cariche dello Stato. Il presidente della Camera, Laura Boldrini, il ministro alla difesa Mario Mauro e il suo sottosegretario Roberta Pinotti, e tutte le istituzioni locali e quando mancano pochi minuti prima dell'inizio della celebrazione, entrano anche i Messina, gli armatori della Jolly Nero e restano in un angolo.
Lì davanti invece, in bocca all'altare, c'è Federico, Federico Potenza, il figlio di Maurizio, il pilota che la notte dell'incidente al molo Giano non doveva nemmeno essere lì, perché non era il suo turno. Federico è lì, in una della tante file riservate alle famiglie. Con una t-shirt azzurra e la promessa degli scout legata al collo, lui che ha visto sbriciolarsi la speranza di un miracolo in poche ore, quando gli avevano detto che suo padre era vivo ed invece giaceva sotto le macerie della torre. Ci sono anche i genitori e la fidanzata di Gianni Jacoviello, la guardia costiera di cui ancora i sommozzatori cercano il corpo. Accanto agli altri otto cavalletti per appoggiare le bare, un collega di GIanni porta una palla da basket, la sua passione, il cappello e una fotografia per ricordarlo. Poi, quando mancano pochi minuti alle 18, dalla piazza si sente arrivare l'applauso della folla. Il boato entra nella chiesa, avvolgendola e accompagna l'ingresso della prima bara, mentre vengono scanditi i nomi delle otto vittime. È il momento più drammatico, quello in cui la chiesa intera si alza in piedi e piange come se quella sofferenza fosse diventato un sentimento comune. Piangono i parenti, piangono i colleghi e gli amici, si straziano le madri e le moglie che nel silenzio urlano il loro dolore e si accasciano sulle braccia di chi sta accanto a loro, senza forze. Come è potuto accadere una sciagura così?
I compagni di lavoro dei piloti e gli ufficiali sfilano lungo la navata centrale portando le bare a braccio. Scandiscono il passo, così come l'avevano provato qualche ora prima, fuori dalla Cattedrale, quando si erano messi d'accordo su chi sarebbe andato avanti e chi indietro e chi avrebbe portato il cuscino con i cappelli della divisa e gli oggetti più cari a ciascuno dei defunti. Entra la seconda bara, e a seguirla c'è Bruno Prinz, il miracolato della torre del porto. Arriva la terza, la quarta, quinta, la sesta, la settima e l'ottava in una processione che sembra non finire mai. Una signora nella fila dei familiari stringe gli occhi in una smorfia di dolore, i genitori di Gianni Jacoviello non reggono all'emozione e si sentono male. Federico invece è lì. Con la sua t-shirt azzurra, i capelli tagliati di fresco e la promessa al collo. Ha gli occhi lucidi, ma non piange. Guarda le bare che sfilano davanti a lui, e con un sorriso quasi, saluta suo padre.

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