Perché sì al referendum sulle «grandi opere»

Le cronache di questi giorni sulla partenza della fase delle osservazioni al progetto preliminare del Puc, con il Percorso Partecipato, stanno testimoniando le concrete difficoltà per lo svolgimento dell'iter del progetto e la mancanza di chiarezza di fondo da parte dell'amministrazione comunale.
L'incertezza amministrativa ed il modello scelto per rispondere al territorio, rendono la procedura prescelta un autentico labirinto di indirizzo verso scopi ed obiettivi finali scelti discrezionalmente.
Il vademecum al servizio della gente spiega nei dettagli il percorso e, come è facile intuire, per i cittadini si rivela una finta degna di Roberto Baggio dei tempi d'oro.
È uno «scarico» apparente di competenze verso il cittadino in qualità di soggetto di consulenza, dove tutti sperano i proteggere i proprio spazio vitale.
Il Comune di Genova ha messo in piedi una forma di Democrazia Diretta «a buon peso» con lo scopo di far partecipare la gente nelle scelte strategiche.
A Lagaccio già si sono mossi con «Voglio la Gavoglio» contro il Percorso Partecipato e c'è da credere che altri si uniranno a loro. Questo nuovo processo fa parte delle forme di partecipazione care alla nostra giunta comunale per smontare il processo decisionale in mille rivoli e quindi non decidere. Tante micro forme di partecipazione popolare (parcellazione delle istanze e delle relative risposte) in assenza di un progetto di fondo in grado di dire cosa è prioritario e cosa non lo è per la città di Genova.
Ecco perché il referendum consultivo eliminerebbe alla radice ogni forma di micro decisione popolare in grado di ostacolare gli aspetti strategici e di lungo periodo riguardanti Genova.
Il referendum è fatto perché la politica decida e/o concluda (senza esitazioni) con un forte sentimento popolare di supporto per incidere. Al contrario, se i cittadini votassero contro sarebbe un pronunciamento chiaro verso la non condivisone delle grandi opere (gronda, stadio alla Foce, lo spostamento della diga alzandola a mare ed un Puc per la crescita della città). Il Terzo Valico è già cantierato e deve essere lasciato andare avanti, ma non c'è dubbio che anche per quest'opera manca a tutt'oggi quella forte spinta che solo tutto il popolo genovese potrebbe dare contro le volontà delle minoranze maggioritarie oggi padrone (governati) della nostra città.
Il referendum consultivo sarebbe fatto perché la politica decida, come supporto popolare per fare una cosa di largo respiro, come fonte giuridica in una determinata direzione per una scelta di fondo condivisa dalla città nella sua globalità. Il referendum premia il progetto di città e non la singola opera (iniziativa). Dal referendum esce un'idea di città, la volontà politica di crescere e creare del valore partendo dalle Infrastrutture esattamente il contrario di come sono e vanno le cose a Genova negli ultimi 30 anni.

Commenti