Quei missionari di Arenzano che vivono la guerra in Africa

C'è una guerra lontana, della quale ha parlato Papa Francesco al termine della prima udienza generale del suo pontificato, l'altroieri. Ma la devastazione che in questi giorni sta martoriando la Repubblica Centroafricana è più vicina a noi di quanto si pensi. Perché in prima linea a difendere la popolazione con i pochi mezzi a loro disposizione ci sono alcuni sacerdoti missionari di Arenzano. Padre Aurelio, padre Norberto e fra Giancarlo, tutti con una lunga esperienza nel Paese forse più povero del mondo, animano la missione carmelitana del santuario del Bambin di Praga, di Arenzano. Ma anche loro sono stati attaccati dai ribelli che hanno rovesciato il governo, e lanciano un appello. «Dopo il colpo di stato di domenica, per ora la situazione a Bangui si va lentamente calmando... - si legge nel messaggio che sono riusciti a spedire i missionari - ma i saccheggi, a detta di amici di varie nazionalità che vivono a Bangui, sono tremendi: ospedali, scuole, missioni, imprese, Ong (tra cui Icdi che si occupa di pozzi e aveva una radio locale) privati, telefoni... tutto distrutto». I padri carmelitani sanno bene che «molti stranieri lasceranno definitivamente il Paese e pochissimi operatori economici saranno disposti a rischiare». «Adesso da Bangui i ribelli si stanno spostando nel resto del Paese - dicono - non si capisce bene se per “marcare il territorio” e assicurare l'ordine o per saccheggiare. L'altra sera sono arrivati a Baoro, a 380 chilometri da Bangui sulla strada che porta verso il Camerun. Sono entrati nella nostra missione e il parroco, padre Dieudonné Yahaka, è stato obbligato a dare soldi e una macchina. Poi però un amico musulmano è riuscito a fargli restituire la macchina spiegando che è l'unica rimasta e che serve a portare i malati all'ospedale, come facciamo effettivamente da anni».
Dalle notizie che arrivano dalla missione si riesce a sapere che i ribelli due giorni fa sono arrivati a Bozoum, sede della missione, verso le 23, sparando e seminando terrore. Poi sono andati a visitare le caserme della polizia, dei carabinieri e dell'esercito, tutte vuote da giorni. «Qui - raccontano i padri - alcuni giovani della città ne hanno approfittato per saccheggiare e portare via tutto, ma poi i ribelli stessi hanno coinvolto altri giovani per recuperare il possibile e conservarlo per restituirlo... Adesso stanno vuotando la pompa del carburante e svendendo tutto. Noi siamo qui in attesa... verranno? Saranno violenti? Cosa dovremo dare? Aspettiamo e vedremo». Anche dalla missione l'appello è che si parli di questa emergenza, come ha fatto il Papa affinché che almeno una parte dell'opinione pubblica internazionale si mobiliti. Il Paese è seduto su immensi giacimenti di diamanti, oro, uranio, ma e chi vi nasce ha 8 probabilità su dieci di morire subito, e se cresce ha una prospettiva di vita di 48 anni. I ribelli che hanno fatto cadere il governo hanno una composizione eterogenea, ma essendo la popolazione al 60 % cristiana non dovrebbe esistere il rischio di un governo di stampo islamico, come avvenuto in Mali. Resta l'emergenza per l'estrema povertà della popolazione, che è al limite di sussistenza: lo stato di guerriglia potrebbe diventare devastante.

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