Se la rivoluzione digitale rischia di fare chiudere i piccoli cinema

(...) Basta corrieri che consegnano le «pizze», basta montaggi delle varie parti alla pressa con lo scotch: i cinema scaricheranno letteralmente i titoli da proiettare via internet, cosa che già fanno i multisala come Fiumara e Porto Antico. Tutto comodissimo tranne un piccolo particolare: aggiornare i propri macchinari alla nuova era digitale comporta spese non inferiori ai 40mila euro a schermo. Anche a voler risparmiare, si tratta di un salasso sproporzionato alle cifre spostate stagionalmente dai piccoli cinema, soprattutto quelli parrocchiali. E così l'allarme è diventato rossissimo, tra locali che annunciano la chiusura dei battenti e altri che, con tenacia, fanno di tutto affinché il miracolo accada.
È il caso di uno dei cinema parrocchiali più attivi in città, il San Pietro di Quinto, a cui il parroco don Corrado Franzoia non ha mai nascosto di tenere moltissimo arrivando in alcuni casi ad ispirarsi, per l'omelia domenicale, alla trama del film in programmazione la sera prima. Don Corrado qualche conto se l'è fatto: «Adeguarci al digitale costerebbe cinquantamila euro, una cifra - spiega il sacerdote - che la nostra parrocchia non riuscirebbe sicuramente a reggere». Il cruccio è quello della riconversione della sala in caso di chiusura: «Il locale dovrà diventare qualcosa di utile alla comunità, non sarà venduto per farne un negozio o un supermercato. Stiano tutti sicuri, comunque, che l'attività finora non si ferma: continueremo a proiettare fino all'ultimo secondo utile». La speranza, pur ridotta, è in una proroga della data dello «switch off» vista la lentezza con cui i cinema si adeguano. Se in Europa gli schermi già attrezzati sono il 60 per cento, la percentuale si ribalta in Italia, dove 61 sale su 100 funzionano ancora a pellicola: tra questi, la quasi totalità dei piccoli locali periferici che, subìto l'ennesimo colpo basso dopo l'egemonia dei multisala e l'accesso «on demand» ai film direttamente in televisione, si chiedono come mai questa rivoluzione digitale sia stata annunciata a suo tempo come la salvezza delle piccole sale.
In Vallescrivia, per esempio, il rischio concreto è il totale oscuramento cinematografico. La gestione del «Silvio Pellico» di Isola del Cantone, che proprio l'anno prossimo compirà cento anni, ha diffuso una lettera che sa tanto di testamento a tutta la popolazione del paese. Nel testo si annuncia che, visto il calo di presenze «soprattutto isolesi» sulle poltrone del cinema, e con la spada di Damocle del digitale, «il cinema è diventato un lusso che il paese non può più permettersi». E così scatta una sorta di ultimatum: «Chiediamo al Comune e alle associazioni locali idee e aiuti per scongiurare la cessazione dell'attività». Ma intanto la stagione, dopo quasi un secolo, ha mancato il tradizionale appuntamento del primo weekend di ottobre. A Ronco Scrivia, pochi chilometri più a sud, lo storico Columbia, che pochi anni fa aveva riaperto con due moderne sale, ha iniziato fin dall'estate una raccolta fondi per tentare di prendere al volo il treno del 2014. Chi invece ha eretto una difesa titanica contro le avversità è il Circuito Cinema Genova. La società che dal 2002 raggruppa sei storici locali di città e provincia (Ariston, Sivori, Odeon, Corallo, City e l'Italia di Arenzano) ha iniziato l'opera di riconversione fin dal 2009. «Lo abbiamo fatto nel periodo del boom del 3D, allora un impianto costava 100mila euro», rievoca l'amministratore Alessandro Giacobbe. «6 schermi su 12 sono già digitali; entro la fine dell'anno completeremo l'opera. È l'unico modo per sopravvivere: le nuove tecnologie non si fermano, e poi la qualità della stampa delle pellicole, da qualche tempo, è sensibilmente peggiorata». C'è una cupa atmosfera di dismissione, attorno alle vecchie bobine. La stessa che si respira in tanti piccoli, moribondi cinema.

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