Essendo noi di destra, e quindi abituati alla cosa, proviamo un grande trasporto per i paladini delle cause perse.
Greta Thunberg ad esempio. Una battaglia dopo l'altra. Tutte finite male. Dovrebbero farci un film... Anche se non condividiamo alcuna delle sue crociate, ognuna contrassegnata da un taglio di capelli peggiore del precedente («E cosa c'entra questo?», «Niente, per fare un po' di body shaming») ci fa simpatia il fatto che ogni volta fa l'eroe, così poi gli riesce meglio fare la vittima.
Comunque. È partita con la causa ambientalista, e s'è visto come è andata. Solo per dire: nel 2023 diceva «Se non mettiamo fine al petrolio sarà una condanna a morte». L'altro giorno invece ha intimato: «Trump deve consentire le importazioni di petrolio a Cuba», e insomma ha ragione lei ad avere avuto torto. Poi è stato il momento «Flotilla». Risultato: arresto, espulsione e rimpatrio. Dopo, nel giro di 70 giorni, è passata da «Free Palestine» a «Don't Free Venezuela»: la Storia è andata nella direzione opposta. E ora, nella nuova tappa del suo tour «Maledetto Occidente», Greta combatte il blocco americano e dice: «Dobbiamo parlare di Cuba».
Le ha risposto una esule: «Ciò di cui dobbiamo parlare è di come tu, Greta, debba farti gli affari tuoi e informarti sulla realtà di ciò che succede là. Il regime ha miliardi mentre il popolo cubano lotta per trovare scarti di cibo per strada».Mah. A 23 anni e tutte queste battaglie fallite alle spalle non è impossibile pensare per Greta a un futuro da leader politico.