Gianfranco snobba la pace fulminea: troppo da chiarire

RomaGianfranco Fini va avanti per la sua strada. E «attende tranquillo», assicurano i suoi uomini di fiducia. Aspetta che le diplomazie di Montecitorio e Palazzo Chigi si mettano d’accordo, che l’agenda partorisca la data giusta. Oggi, mercoledì, forse venerdì, chissà. Al momento «non c’è nulla», solo ipotesi. In ogni caso, è il ragionamento che viene attribuito all’ex leader di An, non era certo Villa Madama la sede giusta per un confronto vis-à-vis con il Cavaliere. Tanta, troppa la carne al fuoco per relegare il faccia a faccia a un digestivo post-cena di mezz’oretta. Così, raccontano, Fini dice no all’ipotesi di creare un’appendice all’impegno istituzionale di sabato sera, a tavola con i presidenti dei Parlamenti dei Paesi G8.
Niente da fare, se ne parlerà con calma, senza orologi né occhi puntati addosso. Per buona pace di chi - si vocifera - aveva già allestito una saletta ad hoc nel caso in cui si fosse deciso per il sì. Un’ipotesi che non trova conferme ufficiali: «No, no. Gli staff già sapevano che quella sera non ci sarebbe stato alcun incontro riservato». Cambia poco. E al di là del giallo della saletta, se non freddezza, quantomeno poco calore, tra i due, seduti uno di fronte all’altro, viene avvertito in sala. Certo, «non potevano mica battersi le mani sulle spalle e far finta di nulla, perdendo di vista pure il motivo della loro presenza a Villa Madama», analizza un improvvisato «pompiere».
Vabbè. Ma come si sta preparando la terza carica dello Stato al «redde rationem»? Su cosa punterà i piedi? «Le questioni politiche sul tappeto sono davvero tante», ricorda un finiano, in stretto contatto con l’ex ministro degli Esteri. «Di certo chiederà maggiore dibattito interno, per arrivare a scelte condivise, per sostituire la monarchia assoluta con una monarchia semmai costituzionale - aggiunge il parlamentare -. E riferirà delle continue lamentele che giungono dal territorio, da quei militanti che si sentono lasciati soli, non coordinati abbastanza. Spaventati dallo strapotere organizzativo della Lega, tanto per essere chiari, a cui non bisogna consentire la detenzione della golden share sul governo». E a proposito delle polemiche sull’immigrazione con il Carroccio, non a caso Fini pone l’accento sull’esperienza di Nancy Pelosi, italo-americana e speaker della Camera degli Stati Uniti: «Lei è la dimostrazione della possibilità degli emigrati di integrarsi, di avere successo, e anche di diventare protagonisti della politica. È una considerazione che, alla luce del dibattito politico italiano, va sottolineata».
Fini, dunque, sembra pronto a giocare a carte scoperte, anche per zittire chi lo considerava ormai imbalsamato alla poltronissima di Montecitorio. E se da una parte «nessuno fa finta di non sapere che le due personalità siano incompatibili», si fa notare tra gli ex aennini, dall’altra va considerata come «distensiva» l’uscita sul bipolarismo, da «non archiviare», ma da avvicinare agli «standard medi europei». Perché «a Chianciano, in casa Udc, se avesse voluto, avrebbe potuto assestare un bel colpo».
Si naviga a vista, insomma. Ma c’è chi sgombra già il campo da strane voglie di ribaltoni in corsa. «Fini non vuole certo spodestare Berlusconi, né tantomeno accelerare la sua caduta - analizza un ex missino -. Il suo progetto, invece, potrebbe essere a lunga gittata. E quando in futuro il Cavaliere non sarà più alla guida del governo, lui, attraverso un Pdl maggiormente strutturato sul territorio, con nomine non più calate dall’alto, potrebbe giocarsi le sue carte».