Il giorno che non salutai il signor Tobagi

Per come lo ricordo io, era un signore gentile. A mia nonna diceva buon giorno. A me diceva ciao. Lo incrociavamo a volte per strada, stava al parco Solari, qualche portone da mia nonna. Il mio babbo lo conosceva per cose «di lavoro», cose di sindacato. Per quel che ne sapevo allora il babbo era di quelli con il garofano rosso, socialista. Una cosa che per quanto mi riguardava serviva a rendere meno noiose le cene di Natale, per litigare con lo zio «Eldo» che era democristiano in quanto veneto o viceversa (per me aveva ragione lo zio, non mi sgridava mai). Anche il Signor Tobagi doveva essere di quelli col garofano, ma cattolico.
Se come reportage vi sembra confuso, scusate, ma a sette anni, non ancora compiuti, la vita era così. Un po’ confusa ma allegra. Poi la vita può restare confusa ma diventare meno allegra. Imbocchi la solita strada, quella dove passi per mano alla nonna per andare alla pasticceria o a prendere la gazzosa alla drogheria Salvini (buona la gazzosa a casa della nonna, si può avere a litri) o, meglio ancora, al negozio di giocattoli Bertè. Quando giri l’angolo capisci che qualcosa non va. Ma cosa? C’è gente, guardano un punto. Certo, quando passi tu hanno già cercato di pulire l’asfalto, il bordo di pietra e persino le piante del ristorante lì di fianco, quelle meravigliose che stanno nei vasi di cemento (mi piaceva strapparne i rametti, i pistilli tondi) sono bagnate, forse anche perché ha piovuto. Ma non è ancora proprio pulito, la gente lì non cammina, c’è segatura, dei fiori per terra, fan segno di girare largo. E la nonna chiede a quelli che guardano (c’è ancora chi si ferma anche se non c’è più niente da vedere).
Parla, ti tira, cambia lato della strada, accelera nel suo smanicato giallo, rosso e marrone che svolazza (eppure nel ricordo c’è un’impossibile sensazione di freddo, ma era maggio). «Uh Diu... Uh Diu... il sciur Tobagi, propi chi!». Tu ti giri, lei tira e poi dice «proprio davanti alla trattoria Gemelli». E a casa se ne parla, non quando ci sei tu, ma se ne parla per giorni... Anche perché tua madre è stata più sfortunata, è passata proprio la mattina, ha visto il corpo riverso tra il marciapiede e le macchine, ma mica ha avvisato. Mica il telefono si può portare in borsetta... Quando il discorso torna a quel giorno - è successo tante volte - c’è un dubbio (lo assocerei alla voce di mio padre): «Dovevano avere qualcuno che li informava dal giornale, dal Corriere... è questo che si dice, per forza». E tu chiedi: «Informare chi? Di cosa?» e nessuno risponde o ti risponde cose che non capisci... «Quando sono andato alla “Lombarda” qualche tempo prima - questa è sicuramente la voce di mio padre - mi aveva detto: “la settimana prossima non ci sono... Mario non venire...”. Come uno che è meglio che stia lontano per un po’... ». E tu chiedi: «lontano da cosa?».
Ti spiegano cose che non capisci: il dottor Spock ha detto che è meglio non nascondere fatti e sentimenti ai bambini. E la nonna, che il dottor Spock non l’ha letto, si limiterà a ripetere, per anni, «il Tobagi... propri chi», a quel preciso punto sul percorso gazzosa-pasticcini. E anche mamma, se passa di lì, l’occhio le cade tra il ristorante e l’elettrauto. Sono attimi e poi, come tutti i bambini, passi ad altro. Mentre corri con Goldrake in mano già ti dimentichi del signore gentile e un po’ paffuto, di lui e di chiunque non abbia un’alabarda spaziale. Ma dopo i cartoni c’è il telegiornale... E se uno che papà conosceva è morto in un «vile attentato» - e questa è la voce ossessiva di uno speaker - e continuano a esserci vili attentati, forse qualcosa può capitare anche a papà. Per la maggior parte del tempo non ci pensi, poi però ti viene in mente, a letto, la sera.
Anche perché qualcuno ti ha già raccontato la storia, tu non eri nato, di quella bomba in questura a Milano e pare che papà fosse lì vicino. Lo era per forza, visto che ha filmato tutta quell’altra gente stesa per terra. Ma chi ha tirato la bomba? Ma chi ha sparato al signore che scriveva sul giornale e a tutti quegli altri?
Sono anni che senti parole che si infilano anche nella vita tua e degli altri bambini: senti «brigatisti», senti «strage», senti «Stato», senti «eversione», senti parlare di poliziotti uccisi, di posti che fanno rima come Fani e Caetani. In casa di tutti c’è un televisore e nessuno s’è ancora inventato fasce protette: si mangia con i morti... Immagini che ora sono flash, un ricordo confuso.
Un ricordo schiacciato e deformato dai libri di storia, dai documentari, dalle trasmissioni con Minoli seduto in studio. E così, a colpi di trasmissioni e di libri, quel signore gentile diventa il giornalista del Corriere Walter Tobagi che iniziò la sua carriera come redattore de La Zanzara, il giornalino del Liceo Parini diventato celebre per un processo provocato da un articolo sull’educazione sessuale. Quel Walter Tobagi che ha scritto alcune delle più belle inchieste sul terrorismo, che per il suo essere cocciutamente riformista è diventato il bersaglio ideale per una manciata di proiettili (ore 11 e 10 del 28 maggio 1980). Ma questo, il dopo, è la marea di carta, di parole e di date che usiamo per spiegarci la vita.
Chiudendo gli occhi e correndo con la memoria, però, quello che conta davvero è una sensazione. Una specie di inquietudine sorda. Il terrorismo si infilava anche nelle vite dei bambini. Ogni morto era come un sasso gettato nell’acqua. Le onde del dolore lambivano un sacco di gente. L’onda Tobagi ha colpito Milano, ha pietrificato la stampa, zittito chi raccontava le cose. Io quell’onda l’ho sentita di sfuggita, mi ha sfiorato appena, quasi uno di quei sogni confusi che si fanno prima di addormentarsi davvero. Il mio cervello ha registrato solo frammenti. Un’intuizione: se sparano ai signori gentili su una strada che si fa per andare in drogheria - «alle spalle alle spalle», è la voce di mia nonna -, allora ha senso chiudere ben bene la porta a chiave la sera. Ma la paura si sentiva comunque e anche la rabbia, per quella non bastavano le porte e i «tu stai tranquillo, non è successo niente...».
È un altro flash forse di qualche mese prima, o di qualche mese dopo (la memoria infantile fa brutti scherzi), che qualcuno aprisse il fuoco su un Tobagi inerme, girato di schiena. Riguarda alcuni compagni di scuola. Erano due, piuttosto simpatici e amici miei. Si erano messi sotto gli ippocastani della scuola. Se ti avvicinavi ti tiravano le castagne matte gridando: «Sciolare, sciolare Repubblica popolare». La maestra gli chiese se erano diventati scemi e li prese per le orecchie (altri tempi). Forse più per le castagne matte che per la Repubblica popolare. Solo per dire che le idee ne fanno di strada, oh se ne fanno.
E anche adesso, passando per via Salaino, a volte mi fermo, guardo il punto. Non so se è proprio quello giusto. Quello che dopo tanti anni credo sia il punto dove Tobagi è caduto. Gli anni di Piombo per me sono via Salaino. E quando dovrò spiegarli a mia figlia che ora ha solo tre anni la porterò in via Salaino. Perché si può studiare quello che si vuole, ma la differenza è quando capisci che possono sparare a chi ti ha detto ciao e poi ha fatto un pezzo di strada, proprio quel pezzo di strada, che facevano tuo padre, tua madre o tua nonna. O che facevi anche tu, per mano, sentendoti sicuro.
E quella sensazione, lontana come un televisore in bianco e nero con le antenne e solo due canali, per una generazione, resterà lì, piantata fra il cuore e la memoria. Resterà come l’alone che lascia una pozzanghera, asciugatasi dopo una giornata di pioggia che non ricordiamo più. Sarà solo un alone ma non se ne andrà, perché eravamo troppo piccoli per capire ma troppo grandi per non respirare l’odore stupido dell’odio.

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