Al Giro un ciclismo da laureati

nostro inviato a Spoleto

Non solo drogati. C’è dell’altro, in Giro. Un clima da Scuola Normale di Pisa. La maglia rosa? Marco Pinotti, 31 anni, bergamasco, laureato in ingegneria gestionale. La maglia bianca, miglior giovane? Hubert Schwab, 25 anni, svizzero, laureato in matematica. Con grande afflizione per gli orecchianti dello sport, che considerano i golfisti tutti accademici e i ciclisti tutti mentecatti, dalle strade d’Italia arriva la sorprendente novità: la rivincita dei secchioni.
Sai la novità. Se serve una testimonianza diretta, posso proporre la mia: frequento tanti sport da un quarto di secolo, ma se c’è una cosa che ho sempre verificato è la stupidità, la banalità, l’ingiustizia dei luoghi comuni sui ciclisti. Non è certo il caso di fare una classifica d’intelligenza tra le diverse discipline, perché risulterebbe altrettanto stupida e banale. Ma un fatto è certo: benché gli idioti non manchino nemmeno qui, in generale il tessuto umano del ciclismo è di primissima qualità. Saranno pure facili al doping, queste maestranze della pedivella. Però sanno stare al mondo. Nella stragrande maggioranza dei casi, forse perché sin da ragazzi devono viaggiare come trottole e arrangiarsi senza balie, sono giovani con dentro qualcosa. Concreti, semplici, a loro modo profondi. Sbagliano qualche congiuntivo? Sai che crimine, nella nazione dove il congiuntivo è sterminato senza pietà da politici e intellettuali.
Mettiamola così: con Marco Pinotti, il mondo sommerso dei ciclisti pensanti trova finalmente un adeguato testimonial. Se può servire a ristabilire un minimo di giustizia e di verità, ben venga lo spot. È lo stesso ingegnere, dopo aver cavalcato in una lunga fuga e aver lasciato la vittoria al collega d’avventura Laverde, a spiegare senza neanche tanta enfasi la sua semplice storia: «Come si conciliano lo sport e gli studi? Nella vita bisogna fare quello che piace. A me piacciono entrambe le cose, per questo sono riuscito. Il difficile è incastrare gli esami tra una corsa e l’altra. Ma ce l’ho fatta. Mi sono laureato con una tesi sull’incidenza degli sponsor nel mondo del ciclismo. Finché posso, però, corro in bicicletta».
Mentre illustri campioni di tanti sport passano il tempo alla playstation o a farsi i colpi di sole dalla parrucchiera, Pinotti allarga gli orizzonti. Durante il Giro scrive pure un articolo «dal di dentro» per il giornale della sua terra, L’Eco di Bergamo. È pure consigliere della federazione ciclistica: i colleghi, della sua rappresentanza, si fidano. Da tempo, rivela, frequenta un guru della psicologia sportiva, l’argentino Omar Beltran: con lui, coltiva studi di programmazione neuro-linguistica. Come una metafisica della bicicletta. «Nessuno spavento: è più semplice di quanto si creda. Serve a porsi degli obiettivi e a mettersi nelle condizioni di centrarli. Prima nell’immaginazione, poi nella realtà. Senza trovare scuse, senza scaricare colpe su nessuno».
Nell’immaginazione, ora, ha già presente il proprio Giro: tenere la maglia il più possibile, sognando di resistere fino a sabato, quando arriverà a Bergamo, sull’uscio di casa. La fase due – far coincidere l’immaginazione alla realtà – si presenta abbastanza complicata. «Io non sono un tipo che possa vincere il Giro. Però ciascuno deve tirare fuori il meglio di sé, fino alla fine». Non dice: a tutti i costi. Non lo dice perché Pinotti, oltre a testimonial dei ciclisti secchioni, può essere presentato anche come testimonial dei ciclisti «No Drug».

Quest’anno, quando ha saputo che dopo lo scandalo Ullrich i tedeschi del colosso T-Mobile volevano rifondare tutto, ha mandato una semplicissima e-mail ai nuovi dirigenti, offrendosi volontario per il nuovo progetto senza trucchi. L’hanno preso, li ripaga con la maglia rosa. Per noi italiani, una grande gioia e un vecchio problema: la fuga dei cervelli.
Cristiano Gatti

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