Il decreto Carburanti bis, approvato venerdì scorso e già oggi all'esame della commissione Finanze del Senato, rappresenta un nuovo argine alla dinamica dei prezzi energetici che rischia di diventare strutturale. Il provvedimento proroga la riduzione delle accise dall'8 aprile al primo maggio: l'aliquota su benzina e gasolio scende a 47,29 centesimi al litro (con un beneficio di circa 25 centesimi alla pompa), quella sul Gpl a 16,777 centesimi al chilo, mentre l'accisa sul metano viene azzerata. La relazione tecnica stima una perdita di gettito di circa 159,5 milioni sul gasolio e 81,8 milioni sulla benzina, oltre 300 milioni complessivi, coperti in larga parte con le maggiori entrate Iva generate dal caro carburanti. Stanziati, poi, 30 milioni destinati ai crediti d'imposta per il gasolio agricolo.
Nel decreto ha trovato spazio anche l'intesa governo-Confindustria su Transizione 5.0, portando all'89,77% il credito d'imposta con uno stanziamento superiore a 1,3 miliardi per sostenere autoproduzione energetica e competitività industriale. Rafforzati inoltre gli strumenti per l'internazionalizzazione attraverso il Fondo 394 gestito da Simest, con contributi a fondo perduto fino al 20% (30% per le Pmi) destinati alle imprese colpite dal caro energia e impegnate in progetti di transizione digitale ed ecologica, con domande aperte fino al 31 dicembre 2026. La relazione tecnica chiarisce che l'intervento non genera nuovo debito pubblico, perché si basa su un effetto sostituzione: la domanda di finanziamenti ordinari è in calo a causa del contesto economico e le risorse già stanziate vengono riallocate sulle misure rafforzate. Le coperture arrivano per circa 500 milioni dai proventi delle aste CO2 del 2025, dal recupero di fondi non utilizzati dai ministeri e dall'utilizzo di risorse delle precedenti manovre.
Mentre Roma interviene sul prezzo alla pompa, l'economia europea sta già subendo lo shock del petrolio. L'industria chimica è la prima a lanciare l'allarme. «Non avevo mai visto nulla di simile, nemmeno durante la pandemia o la guerra in Ucraina», ha detto Guillaume Clément, amministratore delegato del gruppo francese Blanchon, spiegando come i fornitori abbiano rescisso i contratti a prezzo fisso e iniziato ad annunciare aumenti quotidiani. Il blocco quasi totale di Hormuz ha fatto esplodere i costi di metanolo, ammoniaca, polietilene e polipropilene, con effetti a cascata su plastica, imballaggi, edilizia e automotive. La chimica è particolarmente sensibile agli aumenti del prezzo del gas, che può rappresentare fino all'80% del costo variabile.
La pressione non si ferma qui. Nel settore farmaceutico il presidente di Farmindustria, Marcello Cattani, ha già anticipato che «entro quest'anno» i prezzi dei medicinali potrebbero aumentare, per effetto di «almeno un 20% di maggiori costi industriali fra energia, manifattura e trasporti» e il rischio di carenze di farmaci salvavita se la logistica dovesse rallentare. Anche l'alluminio è entrato in una fase critica dopo gli attacchi ai grandi impianti mediorientali: colpito circa il 4% della produzione globale, con la prospettiva di mesi di ricostruzione e prezzi destinati a salire.
Il nodo più delicato resta però quello dei fertilizzanti.
Come denunciato più volte da Coldiretti, gran parte della produzione mondiale dipende dal gas del Golfo e il blocco delle rotte potrebbe ridurre l'offerta proprio nel momento della semina. La conseguenza sarebbe meno produzione agricola e nuovi rincari alimentari.