Doveva essere una riunione dei senatori di Forza Italia per fare il punto sui principali dossier politici in agenda, ma è subito diventato una sorta di processo a Giorgia Meloni e a Fratelli d’Italia. Davanti ad Antonio Tajani, infatti, sono intervenuti uno dopo l’altro diversi parlamentari azzurri - prime e seconde file - e quasi nessuno ha lesinato critiche alla premier, tacciata di voler tirare dritto su troppe questioni senza farsi carico delle istanze degli alleati. Non a caso, Maurizio Gasparri rispolvera il vecchio adagio berlusconiano: «Chi guida la coalizione dovrebbe essere concavo e convesso. Come Silvio Berlusconi nel 2010, quando in piena crisi della Lega decise di candidare governatori al nord Roberto Maroni, Luca Zaia e Roberto Cota».I due fronti caldi sono soprattutto legge elettorale e intercettazioni. La prima non piace affatto ai senatori azzurri e non solo a quelli considerati vicini a Marina Berlusconi. Peraltro, non è soltanto il nodo preferenze a far storcere il naso ma l’intero complesso della riforma. Chi lo dice senza giri di parole è Adriano Galliani.«Mi preoccupa l’atteggiamento di Meloni, che ha come ordine le seguenti priorità: vincere, perdere, pareggiare. Per questo - spiega - non avrei mai fatto nascere questa legge, che rischia di consegnare il Paese alla sinistra per i prossimi anni».Gli fa eco Paolo Zangrillo: «É una legge nata e costruita male». Il ministro della Pubblica amministrazione, però, fa anche una «riflessione» su Ignazio La Russa che avrebbe parlato di «Forza Italia che cade dalla torre» (in verità durante la cerimonia del Ventaglio il presidente del Senato aveva detto «Tajani non lo butto mai giù dalla torre»). «É inaccettabile, dobbiamo pretendere rispetto», dice Zangrillo.Lo sfogatoio va avanti, finché non tocca al vicepremier prendere la parola. «Siete stati sempre tutti informati del tavolo sulla legge elettorale», dice Tajani. Lo interrompe Stefania Craxi, capogruppo al Senato voluta fortemente proprio da Marina Berlusconi: «Non è vero, qui nessuno sapeva nulla». Il clima si fa teso. «Stefania fammi parlare, mi stai interrompendo», dice Tajani. Che aggiunge: «Senza preferenze la Corte Costituzionale ci fa saltare la legge». «Magari! Così torniamo al Rosatellum», la butta lì Claudio Lotito. Risate. In realtà, non è dello stesso avviso Francesco Paolo Sisto. «Ho delle perplessità sull’incostituzionalità paventata da alcuni», dice il viceministro della Giustizia.Quasi due ore ad alta tensione, dunque. Nonostante Forza Italia smentisca con una nota qualsiasi «scontro» tra Tajani e Craxi. Ma è del tutto evidente che la riforma elettorale voluta da Meloni non piace ai parlamentari azzurri, anche perché - fa notare un senatore di lungo corso - è una legge che in caso di sconfitta «danneggia soprattutto noi e la Lega e in minima parte Fdi». Arrivati a questo punto, dice Tajani, essendoci al Senato il voto palese il testo va comunque votato, magari trattando sull’emendamento delle preferenze e ragionando su un «correttivo». Anche se, ammette il vicepremier, sulle preferenze «hanno fatto un blitz» Meloni e Salvini. «Io - dice Tajani - non c’ero, ero a Marcinelle. Salvini si è sfilato e certo non potevo fare questa battaglia da solo, visto che si è capito che gli italiani vogliono scegliere i loro rappresentanti».Rinviato a data da destinarsi, invece, il braccio di ferro sulle intercettazioni.La Russa fa infatti sapere che l’emendamento di Fdi al decreto Giustizia-Migranti sarà dichiarato inammissibile per estraneità di materia. Se ne riparlerà dopo l’estate.
