In Puglia la Xylella ha ucciso 20 milioni di ulivi, polverizzato 5mila posti di lavoro e causato 2 miliardi di euro di danni. Dopo 10 anni è arrivato il momento di fare i conti e capire il perché. Ne parliamo con il senatore Patrizio La Pietra, sottosegretario all'Agricoltura: in questi tre anni e mezzo il ministero ha incrociando i dati dell'Agea e i report della Regione Puglia. E i conti non tornano.
Possibile che, prima dell'insediamento del governo Meloni, nessuno si sia preoccupato di verificare come sia stato amministrato il caso Xylella?
«Con questa pioggia di milioni, si parla di più di mezzo miliardo di euro, si poteva ripiantare mezza Italia».
Stando al report dell'agenzia Agea, i fondi sono giunti anche ad aziende che non avevano neanche un ulivo o a soggetti morti.
«Il Masaf sta verificando la regolarità dei fondi e immagino che lo faranno anche le autorità giudiziarie competenti. Stiamo attendendo l'insediamento, mi auguro a breve, del nuovo commissario che dovrà occuparsi di tutti gli aspetti di una vicenda iniziata ormai da più di dieci anni e che ha portato la Xylella a espandersi purtroppo oltre il Salento, toccando anche le pendici del Gargano. Una malagestione che fa sorgere molti quesiti circa il rischio che il fenomeno sia stato sottovalutato e i fondi distribuiti senza un criterio logico».
L'allora presidente regionale Michele Emiliano aveva sposato la linea negazionista. Ed è stato perso parecchio tempo, dando modo al batterio di diffondersi. Emiliano e il collegio di esperti tra cui Al Bano, Lino Banfi, Renzo Arbore e il negazionista Pino Aprile. Insomma un pasticcio.
«La gestione Emiliano è stata senza dubbio deficitaria: dopo due lustri siamo ancora al punto di partenza, anzi, osserviamo che il fenomeno presenta un oggettivo peggioramento per territorio e imprese».
Fondi non utilizzati, reimpianti di ulivi fantasma, giallo sull'erogazione di 18 milioni di euro.
«In precedenza, nel giugno del 2015, l'eurodeputato francese José Bové, inviato in Salento dal commissario europeo alla Salute, Vytenis Andriukaitis, disse che nel fondo di crisi dell'Unione europea c'erano 300 milioni che per essere usati necessitavano di un atto di volontà politica del governo italiano: il premier era Matteo Renzi».
Ma perché fino al 2022 la cosa è rimasta nel chiuso delle stanze pugliesi? Di chi sono le responsabilità, a questo punto anche finanziarie, oltre che politiche?
«Se fossero stati seguiti per tempo i regolamenti e le prescrizioni, forse oggi non saremmo a questo punto. Il Masaf ha subito preso in carico il problema sin dalla nascita del governo Meloni e proprio in questi giorni stiamo procedendo ad audizioni e ulteriori verifiche tecniche».
Dopo le denunce su ritardi e malagestione dei fondi, sono state presentate
interrogazioni urgenti al Senato per verificare l'utilizzo degli oltre 300 milioni di euro stanziati. FdI ha chiesto chierimenti al ministero e lo stesso ministro all'Agricoltura Francesco Lollobrigida pretende spiegazioni.