Grappelli, vita senza spartito del violinista che stregò Parigi

La miseria, i concerti nei cortili. Poi la casuale scoperta del jazz. Che lui rivoluzionò con Django Reinhardt

Grappelli, vita senza spartito del violinista che stregò Parigi

Duke Ellington, che all'apice del successo suonava spesso in Europa, un giorno a Parigi si recò al Club Saint-Germain col suo alter ego e arrangiatore Billy Strayhorn per ascoltare quel magico suono di violino la cui eco era arrivata fino in America. Lui, il violinista, era Stéphane Grappelli, che insieme all'altrettanto celebre chitarrista tzigano (o meglio manouche) Django Reinhardt aveva inventato una forma di jazz - all'epoca definita eccentrica - senza tamburi né tromba. Era una formula strana di jazz che impressionò moltissimo il pubblico di tutto il mondo. I locali di Parigi e di Londra rimasero stregati da quel quartetto (con Louis Vola al contrabbasso e il cantante nero Bert Marshall) che cominciò a incidere dischi grazie all'appassionato di pittura e jazz Pierre Nourry, il quale scroccò 4mila franchi a sua madre per far incidere al complesso il primo disco. Grappelli & Co. guadagnarono 100 franchi a testa: era il 2 dicembre 1934.

Pochi oggi ricordano Grappelli. Molto più noto nell'iconografia jazz è rimasto Reinhardt con la sua magica chitarra, ma Stephane - insieme a Joe Venuti e allo sperimentalista Jean-Luc Ponty - ha segnato le strade della musica jazz europea. Per questo gli rende giustizia il volume In viaggio con il mio violino (scritto con Joseph Oldenhove e Jean-Marc Bramy per l'editrice OttOtipi), in cui racconta in prima persona la sua storia. Grappelli, nato a Parigi nel 1908, era figlio di un marchese ciociaro ed era molto legato all'Italia. «Anche se ero diventato francese - scrive - continuavo a frequentare gli amici della colonia italiana. Non avevo da mangiare, dal momento che neanche la guerra era riuscita a distogliere mio padre dalla sua vita di bohème». Miseria nera dunque, ma aveva il suo violino, e cominciò a suonare nei cortili dei palazzi per raggranellare qualche spicciolo. La passione per il jazz arriva per caso. Stéphane metteva tutti i giorni una moneta in un jukebox per ascoltare un brano di Gershwin. Un giorno sbagliò tasto e si trovò ad ascoltare Stumbling dei Mitchell's jazz Kings. «Rimasi senza parole. Ecco quello che voglio suonare - si diceva - e dopo ho cercato di trasferire sul violino quegli accenti musicali, quelle blue notes che avevo ascoltato e non avrei mai dimenticato».

Cominciò così a frequentare e a suonare in locali come il Cafè de la Renaissance e il Gaumont Théâtre, quel piccolo mondo in effervescenza che ruotava attorno a Pigalle, la mecca della nuova musica a Parigi. I suoi incroci musicali con Django Reinhardt, eleganti e swinganti, divennero un marchio di fabbrica della nuova musica. Era Hot Jazz, sofisticato ed elegante, anche se Stéphane era ispirato da maestri (che col violino c'entravano poco) come Louis Armstrong, Bix Beiderbecke e Art Tatum. «Prendi Armstrong - diceva - con due note soltanto faceva vibrare, faceva piangere una sala intera. Questo è jazz». Ma anche la musica di Grappelli era jazz allo stato puro. E lo sapeva, come si diceva all'inizio, Duke Ellington, il quale nel 1947 lo volle per entrare in sala di incisione (violino principale in mezzo a tre, gli altri due suonati da Ray Nance e Svend Asmussen) per una session a base di blues e improvvisazione. Non basterebbero mille pagine per raccontare i suoi incontri, da quello con Miles Davis («avevo l'impressione di stare davanti ad un pittore che sceglie i colori davanti alla tavolozza») a quello con gli esistenzialisti francesi di cui fu un punto di riferimento musicale, oltre che amico di personaggi come Georges Simenon.

Più che un libro musicale, questo è un libro di avventura che racconta decine di aneddoti e di eventi strani e divertenti, mettendo in mostra anche il lato umano di uno dei musicisti più cool della sua generazione. Grazie al mandolinista country David Grisman, Stéphane fu addirittura ingaggiato da Federico De Laurentiis, figlio di Dino, per scrivere la musica del film Le Roi des gitans, dedicato a Django Reinhardt. «Era come raccontare la nostra vita. Ricordo che girammo la scena di una festa di gitani alle 3 di mattina nel New Jersey con un freddo terribile. Dovemmo ripetere la scena un sacco di volte e mi si ghiacciarono le mani, così Federico mi mise una specie di uovo tra le mani. Dovevo stringerle forte per qualche secondo: un calore buono cominciò a scaldarmi le mani. Funzionava davvero quell'invenzione giapponese».

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