C'è una generazione di rocker che sta abbandonando questa vita, giorno dopo giorno. Stavolta è toccato a Bob Weir, seconda voce e seconda chitarra dei Grateful Dead, con i Jefferson Airplane la band più famosa e rappresentativa del sound psichedelico della Summer of Love di San Francisco.
È stato lui che, alla morte del leader Jerry Garcia, più di ogni altro membro del gruppo ha mantenuto accesa la fiamma di una band che, per la vicinanza al proprio pubblico devoto e per la capacità di fare gruppo, era quasi una cooperativa, riuscendo nell'intento senza mai scadere nel rischio patetico dell'auto-tributo.
Mettendo da parte le inevitabili discussioni sul ruolo svolto dagli acidi nel processo creativo dei Grateful Dead, un gruppo anomalo fondato sulle chitarre elettriche ma capace di melodie di straordinaria dolcezza e complessità, quel che resta è almeno una manciata di dischi epocali a cui Weir diede un contributo essenziale: Aoxomoxoa, Workingman's Dead, American Beauty, From the Mars Hotel, Live Dead sopra tutti.
Al di là di ogni considerazione, Bob Weir, da molto tempo associato a quella barba e a quei baffi bianchi quasi ottocenteschi che gli trasmettevano un'aria bonaria da nonnetto più che da demonio del rock, ha mostrato negli anni una verve rara nell'ambiente. Probabilmente, nessun reduce della stagione d'oro del rock può vantare il numero di collaborazioni illustri in cui Weir è stata coinvolto fino a poco prima di ammalarsi, a testimonianza del rispetto di cui è stato fatto oggetto da generazioni di musicisti che da lui e dai Grateful Dead hanno preso le mosse.
Dal tour dei Grateful Dead come band al fianco di Bob Dylan, nel 1987, al prodigio della chitarra acustica Billy Strings, Joe Satriani, John Mayer, le band Wilco, The National e altre ancora.La stringa di musicisti, vecchi e giovani, che ha inondato i social di parole accorate in ricordo di Weir sa, per una volta, di ammirazione genuina per una figura musicale iconica.