Greenspan lascia con un altro rialzo dei tassi

In America i risparmi delle famiglie sono tornati nel 2005 ai livelli della Grande depressione

Greenspan lascia con un altro rialzo dei tassi

da Milano

Alan Greenspan si congeda dalla Federal Reserve con il quattordicesimo rialzo consecutivo da un quarto di punto dei tassi, alzati al 4,50%. E, contrariamente alle aspettative dei mercati, la stretta decisa ieri dal Fomc (il braccio operativo in materia di politica monetaria), rischia di non essere l’ultima. A Ben Bernanke, da oggi al vertice di Eccles Building, toccherà dunque subito il compito di far digerire all’America la necessità di un ulteriore giro di vite al credito.
Il prossimo summit della banca centrale Usa, previsto per il 28 marzo, non è poi così lontano. E solo segnali molto convincenti sull’evoluzione congiunturale potrebbero indurre la Fed a tenere le mani lontane dalle leve dei tassi. Nel comunicato diffuso al termine della riunione di ieri, viene infatti sottolineato che «alcune ulteriori strette potrebbero rendersi necessarie per mantenere in equilibrio il raggiungimento di una crescita economica sostenibile con la stabilità dei prezzi». Il termine «contenute», con cui l’istituto di Washington aveva accompagnato le precedenti manovre di aggiustamento fino allo scorso dicembre, non è quindi ricomparso, prova ulteriore della volontà di irrigidire ancora le redini monetarie.
Sotto il profilo inflazionistico, con la parte core (quella che esclude alimentari ed energia, i capitoli di spesa più suscettibili a variazioni) ancora sotto controllo, non mancano i margini per un nuovo rialzo dei tassi. Anche se la stessa Fed mette ancora una volta in guardia dal possibile surriscaldamento dei prezzi provocato dal rincaro del petrolio. Né la banca sembra temere contraccolpi sull’economia, ormai entrata in una fase di decelerazione come dimostrato dal dato deludente del Pil del quarto trimestre 2004 (più 1,1%, il ritmo di sviluppo più basso dal 2002). Gli americani, inoltre, sono sempre più indebitati (per una cifra pari a 11.400 miliardi di dollari nel 2005), e lo scorso anno i risparmi delle famiglie sono scesi dello 0,5%. Non accadeva dai tempi della Grande depressione. Con una differenza sostanziale rispetto agli anni Trenta: ora gli americani spendono più di quanto guadagnano, se non molto di più, sulla percezione di un contesto economico in salute e sulla considerazione che gli elevati prezzi delle case possano continuare a reggere anche in futuro. Tassi d’interesse ancora più alti rischiano dunque di mettere in difficoltà i consumatori, la cui fiducia è comunque salita in gennaio ai massimi dell’ultimo triennio.
Se è dunque probabile che in marzo Bernanke, la cui nomina è stata confermata ieri dal Senato, abbia subito il proprio battesimo del fuoco e decida un giro di vite del costo del denaro, non è improbabile una sospensione del lungo periodo delle strette proprio per evitare di impattare negativamente su un’economia che, oltre all’indebitamento delle famiglie, soffre ancora del nodo irrisolto dei deficit gemelli (federale e commerciale) Tutti problemi con cui, da oggi, Bernanke si dovrà confrontare.

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