Maurizio Cabona
da Berlino
Dopo sei decenni dautoflagellazione anche cinematografica, i film su genocidi e crimini di guerra altrui presentati dal Festival di Berlino inebriano i tedeschi. Lanno scorso cerano nella rassegna principale due film sulle responsabilità francesi in Ruanda. In questa logica ieri è stato presentato The Road to Guantanamo («La strada per Guantanamo») di Michael Winterbottom, che racconta un evento reale. Gli interpreti principali sono gli stessi che lhanno vissuto: tre ventenni britannici musulmani, dorigine pakistana e bengalese, presi in Afghanistan e rilasciati dopo due anni passati in gabbie allaperto a Guantanamo.
Vincitore dellOrso doro con Cose di questo mondo (2002), Winterbottom vi raccontava già unodissea afgana: quella di un bambino che - via Pakistan - passava in Iran, in Turchia, in Italia e raggiungeva Londra; anche il quel caso, personaggio e interprete coincidevano: lintento dichiarato era filantropico, evitare che il ragazzino, immigrato clandestino, fosse rimpatriato. Del bambino non sè più parlato, almeno a Berlino. Il ricordo dellOrso doro però è rimasto e Winterbottom è ora un idolo locale. Non ha sorpreso lapplauso alla fine del suo film.
Come Cose di questo mondo, anche The Road to Guantanamo è a metà fra documentario e finzione. Dove il documentario è composto da filmati veri, montati in modo da rendere verosimile la finzione. La scuola cinematografica inglese, nei due settori, è fra le migliori (mezza Hollywood viene da lì). E Winterbottom ha ormai un lungo mestiere, col quale svolge la sua tesi opponendo alla dichiarazione di Bush («Noi siamo il bene, loro il male») posta allinizio, un linguaggio uguale e contrario. The Road to Guantanamo è memoria, non storia, anche se a produrlo è la rete tv britannica Channel Four.
«Il film è politico - dice il regista alla stampa accreditata al Festival di Berlino - e serve a ricordare che cinquecento persone sono ancora in una gabbia individuale a Guantanamo, senza processo». Ma perché ci sono finiti? O almeno perché ci sono finiti i tre del film? Perché erano ritenuti militanti di Al Qaeda. Se sono stati liberati, si potrebbe dedurne che di Al Qaeda non fossero. Però è stato un accordo tra Washington e Londra a farli uscire dalla base di Guantanamo. Un australiano nella loro stessa condizione è ancora là, perché lAustralia ha unaltra politica su questi casi (ce ne sono anche di cittadini francesi).
Nellottobre 2001 il turismo in Afghanistan era sospetto a occhi statunitensi. Ma i tre - mostra il film - erano andati da Birmingham in Pakistan perché uno di loro doveva conoscere la fidanzata. Poi linfelice idea di passare la frontiera e andare a Kandahar. La vigilia di nozze diventava arresto, deportazione, tortura, perché - dice ancora Winterbottom alla stampa riunita a Berlino «agli americani non importava che fossero di Al Quaeda: bastava che fossero musulmani stranieri in Afghanistan. Chi è davvero ritenuto di Al Quaeda, va nelle carceri segrete, non a Guantanamo».
Allinizio del film si sente Bush dire: «Siamo il bene». E allora è col «male» che si schiera Winterbottom, ex fan di Blair. «Quelle immagini fanno capire la sua politica.
Chiedo a Winterbottom: i suoi attori conoscevano i suoi film «impegnati» prima che lei ne girasse uno su di loro? Schierato ma sincero, Winterbottom ride: «Li ignoravano. Erano cresciuti a film americani!».