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Parte il Vinitaly 2026, tra sfide e incertezze

A Veronafiere da oggi fino a mercoledì 15 la 58ª edizione della più importante fiera italiana del vino, che come ogni anno è il termometro di un settore importante del made in Italy, stretto tra la contrazione di alcuni mercati esteri e il cambiamento dei consumi interni. Oltre 4mila aziende, centinaia di consorzi, operatori e buyer da 130 Paesi, oltre 100 eventi tra degustazioni, masterclass e convegni

Parte il Vinitaly 2026, tra sfide e incertezze

Oggi a Veronafiere apre la 58ª edizione di Vinitaly, la più importante fiera del settore vinicolo, che andrà avanti fino al 15 aprile e che si presenta come qualcosa di più di una semplice fiera di settore: è il termometro di uno dei comparti più solidi del made in Italy e, insieme, il luogo in cui il vino italiano prova a misurare il proprio futuro.

I numeri bastano da soli a spiegare la portata della rassegna. Nel quartiere fieristico della città scaligera sono attese quasi 4mila aziende e si terranno oltre 100 eventi ufficiali tra degustazioni, masterclass, convegni e focus di mercato. Ma il dato che più conta, quest’anno, è la qualità della presenza internazionale: oltre mille top buyer selezionati e ospitati da Veronafiere insieme a ITA-Italian Trade Agency, ai quali si aggiungono operatori professionali da più di 130 Paesi. Una macchina di incoming che conferma la natura sempre più strategica del salone veronese come piattaforma commerciale per il vino italiano.

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Il messaggio politico e industriale, del resto, è chiaro. Presentato alla Camera dei Deputati, Vinitaly 2026 arriva in un momento complesso per il settore, stretto tra la contrazione di alcuni mercati esteri e il cambiamento strutturale dei consumi interni. La manifestazione prova dunque a tenere insieme due esigenze: sostenere l’export e intercettare le nuove abitudini del consumo.

Sul primo fronte, il quadro è articolato. Secondo l’Osservatorio Uiv-Vinitaly, il vino italiano vale oggi circa 14 miliardi di euro al netto dell’indotto, con una bilancia commerciale attiva per 7,2 miliardi. La produzione 2025 è stimata in 44,4 milioni di ettolitri, mentre il settore conta 530mila imprese, 870mila occupati e un impatto economico diretto e indiretto superiore ai 45 miliardi di euro, pari all’1,1% del Pil nazionale.

Numeri robusti, che tuttavia convivono con segnali meno rassicuranti sul fronte estero. Le esportazioni si sono fermate nel 2025 a 7,78 miliardi di euro, in calo del 3,7% a valore. A pesare è soprattutto la frenata dei mercati extra-Ue, con la domanda statunitense – primo sbocco mondiale – in flessione del 9,2%, complice anche l’effetto dei dazi. Tiene invece l’Europa, con la Germania sostanzialmente stabile e segnali positivi da Francia, Paesi Bassi e Svezia.

È in questo contesto che Vinitaly rafforza la sua vocazione internazionale, con una geografia degli operatori che va dal Nord America all’Asia, dall’America Latina all’Africa. Crescono Canada, India, Giappone, Thailandia e Corea del Sud; si consolidano le presenze da Brasile e Messico; si allarga anche il raggio d’azione africano. In altre parole, Verona si conferma crocevia dove il vino italiano cerca nuove rotte commerciali, senza perdere di vista i mercati storici.

Accanto al business, però, l’edizione 2026 mette in scena anche il cambio di pelle del settore. Il vino è bevuto meno, ma da più persone. È forse questo il dato più interessante emerso dall’analisi dell’Osservatorio. In Italia i consumatori sono 29,4 milioni, pari al 55% della popolazione: una platea stabile negli ultimi anni e persino in lieve crescita rispetto al primo decennio del Duemila.

Il vero mutamento riguarda le modalità di consumo. Gli abituali quotidiani scendono al 39%, mentre salgono al 61% i consumatori saltuari. Tradotto: il vino non è più alimento quotidiano ma esperienza culturale, conviviale, identitaria. Meno quantità, più scelta, più attenzione al contesto.

A smentire una narrazione spesso frettolosa è soprattutto il dato generazionale. I giovani non sembrano affatto aver abbandonato il vino; anzi, tra i 18 e i 24 anni la quota dei consumatori è cresciuta in modo significativo, passando dal 39 al 47%. Cambia piuttosto il motivo del consumo: per la Gen Z conta il gusto, ma anche la dimensione simbolica e sociale del bere vino, vissuto come elemento di stile e affermazione personale. Non sorprende, allora, che la spesa media fuori casa sia più alta e che il ristorante resti il luogo privilegiato.

Non a caso Vinitaly 2026 dedica ampio spazio proprio ai nuovi linguaggi del mercato. Tra le novità più attese c’è il rafforzamento dell’area NoLo – Vinitaly Experience, dedicata al segmento no e low alcohol, oggi tra i più osservati dall’industria. Un segnale evidente di come la fiera stia cercando di intercettare una domanda in trasformazione, fatta di moderazione, sperimentazione e nuovi stili di vita.

Si rinnova anche l’area Xcellent Spirits, dedicata a distillati e mixology, mentre cresce il peso di Vinitaly Tourism, che consolida il filone dell’enoturismo con incontri B2B, focus sui territori e formule esperienziali per cantine e operatori specializzati. Un altro tassello che racconta come il vino, oggi, non sia soltanto prodotto ma racconto di luoghi, ospitalità e cultura.

Sul fronte digitale, fanno il loro ingresso il nuovo Buyers Club e Bacco AI, strumenti pensati per rendere più mirato il networking tra produttori e compratori internazionali. È la fiera che si adatta al mercato, forse anche il mercato che si adatta alla fiera.

Da oggi Verona torna così a essere il centro nevralgico del vino italiano.

Non solo vetrina, ma luogo in cui un settore da 14 miliardi prova a capire dove sta andando: tra export da riconquistare, consumi da reinterpretare e una nuova generazione di bevitori che, a sorpresa, sembra aver più curiosità che nostalgia.

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