C'è qualcosa che, francamente, non riesco più a comprendere. Ed è l'ostinazione ideologica con cui una parte della politica europea, e purtroppo, obtorto collo, anche italiana, seguita ad affrontare una crisi energetica che, giorno dopo giorno, assume contorni sempre più preoccupanti. Non si tratta di una questione teorica né di un dibattito accademico. Qui non siamo in un'aula universitaria. Qui siamo di fronte alla concreta possibilità che interi settori produttivi rallentino o si fermino, che i costi dell'energia continuino a salire, che il sistema economico subisca contraccolpi pesanti. E, cosa ancor più grave, che si arrivi perfino a ipotizzare scenari estremi, come il blocco di attività essenziali, si pensi, per esempio, al traffico aereo, nel giro di poche settimane. Sarebbe l'apocalisse economica. Ora, davanti a tutto questo, mi chiedo: è davvero questo il momento di rimanere prigionieri delle ideologie e pure dei pregiudizi? I numeri, come sempre, aiutano a riportare il discorso su un piano di realtà. Prima della guerra in Ucraina, circa il 40-45% del gas importato dall'Italia, e una quota analoga a livello europeo, proveniva dalla Russia. Non si trattava di una dipendenza marginale, ma di un pilastro del nostro approvvigionamento energetico. Poi è arrivata la guerra e con essa una scelta politica: ridurre drasticamente questa dipendenza allo scopo di punire la Russia e indurla a cedere, a rinunciare alla sua azione belligerante. Tuttavia, abbiamo finito per punire solo noi stessi né Mosca ha desistito dai suoi propositi e dalle sue intenzioni a causa delle nostre ritorsioni. Oggi quella quota di gas importato dalla Russia si aggira attorno al 5-10%. Bene. Anzi bene un corno, direi male, se non addirittura malissimo. È stata una scelta. Si può discutere, disapprovare, approvare. Ma, a prescindere dal merito, ogni scelta, soprattutto quando incide su un sistema complesso come quello energetico, produce conseguenze. E le conseguenze, oggi, sono sotto gli occhi di tutti. Perché, nel frattempo, il mondo non si è fermato. Al contrario, si è complicato. Le tensioni internazionali si sono moltiplicate, i punti critici delle rotte energetiche, come lo stretto di Hormuz, sono diventati fattori di instabilità permanente e i Paesi produttori hanno iniziato a giocare partite geopolitiche sempre più aggressive. In questo contesto, continuare a escludere a priori una fonte che, fino a ieri, copriva quasi la metà del nostro fabbisogno, appare non tanto una decisione strategica quanto una rigidità ideologica. Io non sono tra quelli che sostengono che si debba tornare indietro per principio. Non è questo il punto. Il punto è un altro, ed è molto più semplice: in una situazione di emergenza si utilizzano tutti gli strumenti disponibili. E tra questi strumenti, piaccia o non piaccia, c'è anche la possibilità di riaprire un canale con la Russia, per aumentare la quota dei rifornimenti di gas, che peraltro - e qui sta un'altra ipocrisia - non è mai stata azzerata ma soltanto ridotta. A nostro unico danno.
Occorre che torniamo ad acquistare il gas da Mosca e quindi ci tocca chiamare Putin. Non per adesione politica. Non per simpatia. Ma per interesse. Che è, o dovrebbe essere, il criterio guida di ogni politica seria. Cosa che non deve scandalizzare. D'altra parte, l'Italia non è un Paese qualunque nei rapporti con Mosca. Esiste una storia, esistono relazioni costruite nel tempo, esiste un capitale politico che altri Paesi non hanno. È inutile girarci attorno: una parte di questo patrimonio è stato costruito grazie alla visione e alla capacità di Silvio Berlusconi, che aveva compreso come il dialogo con Vladimir Putin potesse tradursi in vantaggi concreti per il nostro sistema energetico ed economico. E Putin, dal canto suo, non ha mai nascosto una certa disponibilità nei confronti dell'Italia. Allora la domanda diventa inevitabile: perché non utilizzare questa leva? Saremmo proprio coglioni, lasciatemelo dire, se non lo facessimo.
Insomma, perché non tentare un'iniziativa diplomatica che consenta di riaprire un canale, anche solo parziale, di approvvigionamento?
Qualcuno obietterà che sarebbe una scelta politicamente scomoda. Può darsi. E allora?
Governare non significa fare ciò che è comodo. Significa fare ciò che è necessario. E oggi la necessità è garantire continuità produttiva, stabilità dei prezzi, sicurezza energetica. Per il bene delle famiglie, dell'industria, dell'Italia intera.
Anche perché, e questo è un punto che molti sembrano ignorare, l'Italia si trova oggi in una posizione più forte rispetto al passato. Negli ultimi anni sono stati fatti sforzi importanti per diversificare le fonti: accordi con l'Algeria, con i Paesi del Golfo, aumento delle importazioni di gas liquefatto dagli Stati Uniti. Tutto questo significa una cosa molto semplice: non saremmo più nella condizione di dipendenza esclusiva di prima. Saremmo, semmai, in una condizione di pluralità di fornitori. E questa pluralità, in prospettiva, potrebbe addirittura tradursi in un vantaggio competitivo, con una maggiore concorrenza e, quindi, prezzi più favorevoli. Tuttavia, per arrivarci, bisogna avere il coraggio di fare il primo passo. E il primo passo, oggi, si chiama realismo. Io ho sempre pensato che lo Stato dovrebbe comportarsi come un buon padre di famiglia. Il buon padre di famiglia, quando si trova in difficoltà, non si lascia guidare da slogan o da pregiudizi.
Guarda la situazione, valuta le opzioni e sceglie quella che tutela meglio i suoi interessi e quelli dei suoi cari. Non si chiede se quella scelta sia ideologicamente pura. Si chiede se sia utile. E allora, tornando al punto di partenza, la domanda resta lì, inevitabile: cosa stiamo aspettando? Giorgia, solleva la cornetta.