Tutto nasce dalla Bomba. Quella nucleare. Che nessun paese al mondo e nessun analista (ad esclusione di Alessandro Orsini) vorrebbero nelle mani degli Ayatollah. Nonostante, questi ultimi, ci stiano lavorando da almeno trent'anni. Oggi, giustamente, ci preoccupiamo delle possibili conseguenze della guerra. Quelle geopolitiche, è ovvio, e quelle economiche. Ma fermatevi a pensare un solo istante a come vivremmo oggi, se solo avessimo il sospetto che da quelle parti ci fosse una valigetta nucleare. Quella con i bottoni rossi di Stranamore. Alcuni osservatori stanno criticando americani e israeliani per i risultati, considerati inutili, della recente guerra dei 12 giorni, che avrebbe dovuto annientare il programma nucleare iraniano. È stato solo un capitolo di una lunga cronaca, più o meno segreta, che si è svolta negli ultimi 15 anni. È solo grazie al Mossad e agli eserciti israeliano e americano, solo grazie a loro, che le monarchie sunnite del Golfo, che Israele è ovvio, e noi Europei, possiamo stare al sicuro atomico. La Bomba oggi non c'è, e domani non ci sarà, non per la benevolenza degli Ayatollah o per le pressioni degli intellettuali oggi indignati per la guerra: ma per il lavoro sporco fatto. Talvolta platealmente, come in queste ore, più spesso dietro la quinte.
Il 12 gennaio del 2010, uno sconosciuto, ai più, professore di fisica dell'Università di Teheran, viene ucciso mentre andava al lavoro da una bomba controllata a distanza e piazzata su una motocicletta. Ali Mohammadi, questo il suo nome, era un uomo chiave del programma nucleare. Passano poche settimane e un gruppo di pirati informatici, mai scoperto, entra nei computer della centrale nucleare Busher, e inocula un potentissimo virus che prende il controllo dei sistemi. In tre mesi infetta 30mila computer in 14 diversi siti. All'ora X fornisce un comando letale alle centrifughe (le macchine che servono per arricchire l'uranio e renderlo utile per le bombe): aumentate i giri vorticosamente. Così da farle esplodere. A novembre dello stesso anno, due diverse bombe colpiscono altri due scienziati. Ne sopravvive uno, Abbas Davani, uno dei pochi in grado di separare gli isotopi.
E siamo soltanto nel 2010. Negli anni che seguono continuano incessantemente operazioni di intelligence su queste due direttrici: eliminare scienziati e minare le tecnologie nucleari. Decine di esecuzioni mirate e potenti e silenziosi virus informatici. È una guerra sottotraccia.
Fino ad arrivare alla clamorosa operazione del 2018, del 31 gennaio. Quando un commando del Mossad entrò in quello che sembrava un normale magazzino di Teheran, per recuperare 50mila pagine dell'archivio nucleare iraniano, cartaceo e inattaccabile con mezzi informatici: il 30 aprile Bibi Netanyahu annunciò che Israele aveva in mano più di 100mila file che dimostravano inequivocabilmente come l'Iran, nonostante gli accordi, non avesse mai abbandonato il progetto della bomba.
Dal 2020 c'è un salto di qualità: inizia la battaglia dei cieli con gli attacchi mirati dei droni: il 23 giugno del 2021 sulla fabbrica di Karaj che produceva centrifughe, il 14 febbraio del 2022 attaccarono Kermanshah, e poi il complesso militare di Parchim, solo per citare i più clamorosi.
Non c'è stato un giorno negli ultimi 15 anni in cui non si è combattuta questa guerra. E siamo ora al redde rationem. Evidentemente il programma nucleare di Teheran a cui le anime belle occidentali hanno creduto a fasi alterne è stato una tela di Penelope: ad ogni attacco, ha corrisposto un tentativo segreto di rimetterlo in piedi. L'Iran con la bomba sarebbe diventato incolpibile.
Il che, tesi Orsini, avrebbe in effetti stabilizzato il Medioriente. Certo: sotto il controllo degli Ayotollah e dei loro emissari: Hamas, Hezbollah e Houthi.Ecco perché la guerra di oggi è solo un capitolo di una battaglia lunga almeno venti anni.