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Guerra

Donald punta sul negoziato ma ora rischia la palude

Arrendersi ai pasdaran su Hormuz vorrebbe dire cedere su navigazione e commercio. E nuovi raid non garantiscono il successo

President Donald Trump walks after arriving on Marine One on the Ellipse, Monday, July 27, 2026, near the White House in Washington. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)

Lui ripete di essere «pronto e carico». Più passa il tempo, però, e meno si comprende cosa sia pronto a fare. E questo nonostante la promessa - ripetuta in un’intervista a un’emittente israeliana di «rilanciare un’azione militare molto decisa» se i colloqui con l’Iran «non avranno successo». In questo momento il vero dubbio non è, però, quanto sia carico Donald Trump, ma quanto lo siano i suoi arsenali. A dar retta alle voci che si rincorrono tra Pentagono e Casa Bianca il primo a nutrire serie perplessità è il capo di stato maggiore generale Dan Caine. Secondo alcune indiscrezioni il comandante avrebbe spiegato al presidente che il numero dei missili intercettori indispensabili per difendere le basi statunitensi e quelle degli alleati è da tempo sotto il livello di guardia. Un allarme non da poco. Anche perché nel caso di uno scontro con la Cina o la Corea del Nord l’America si ritroverebbe in seria difficoltà.

Ovviamente Trump nega e ripete che «l’America ha più munizioni di chiunque altro al mondo e molte di più di quante gliene servano». Ma il ritornello non convince. Anche perché un rapporto del Center for Strategic and International Studies (Centro di studi strategici e internazionali) dice esattamente l’opposto. Secondo lo studio gli Usa avrebbero «bruciato» 1.500 missili Patriot e non ne avrebbero più di mille. Una riserva insufficiente anche per garantire l’indispensabile copertura alle truppe mandate a riaprire lo Stretto di Hormuz.

In questa situazione il vero problema è come chiudere un conflitto che - nonostante le promesse di facile vittoria - si appresta a entrare nel quinto mese. E soprattutto come regalare all’opinione pubblica americana la sensazione di averlo vinto. La strada del negoziato vista la pretesa iraniana di continuare a controllare Hormuz non è più percorribile. Anche perché cedere alla richiesta di Teheran equivarrebbe a rinunciare alla difesa della libertà di commercio e navigazione, ovvero a uno dei punti dirimenti della dottrina strategica statunitense.

Tornare a colpire le infrastrutture nucleari rischia invece di non offrire alcun significativa evidenza di successo. Anche perché Trump ha già annunciato l’«annientamento» del programma nucleare di Teheran dopo i bombardamenti di fine giugno 2025. L’altra opzione, ovvero il recupero dell’uranio arricchito ancora in possesso dell’Iran, richiedere l’impiego delle truppe di terra con il conseguente rischio di perdite consistenti. Un rischio ancor più elevato nel caso di uno sbarco sul terminal petrolifero di Khargh o lungo le coste di Hormuz. Un’opzione resa ancor più complessa, come si diceva, dalla scarsità di missili intercettori.

Dunque il presidente più che a un bivio sembra in una palude. Una palude da cui assiste all’inesorabile avvicinarsi di quelle elezioni di Midterm che a novembre minacciano di regalare ai democratici il controllo di Camera e Senato. E di trasformare The Donald nella classica «anatra zoppa».

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