La riapertura dello Stretto di Hormuz, il destino dell’uranio arricchito e lo scongelamento dei fondi iraniani all’estero. Questi i tre punti su cui si sarebbero arenati i colloqui di Islamabad tra i rappresentanti degli Stati Uniti e la Repubblica Islamica. Tra tutti i dossier discussi nelle 21 ore di negoziati il nodo più delicato e urgente da sciogliere per la squadra Usa resta però il primo. Senza infatti il ripristino della libera navigazione nel Golfo Persico, che sta cominciando a far sentire gli effetti sull’economia globale, il nuovo ultimatum di due settimane stabilito martedì scorso da Donald Trump potrebbe concludersi con il riavvio di nuove operazioni militari e, forse, con l’intervento di truppe Usa sul territorio dell’Iran.
Nella giornata di ieri, mentre gli occhi del mondo erano puntati sul Pakistan, il Centcom ha reso noto che le forze statunitensi hanno cominciato le operazioni di sminamento nello Stretto. Un’operazione confermata dal tycoon sul social Truth e subito smentita dall'Iran. Un botta e risposta che si è consumato nelle stesse ore in cui il New York Times ha scritto che Teheran non è in grado di riaprire lo Stretto in quanto non riesce a localizzare tutte le mine che ha posato nello strategico canale di navigazione.
Difficile orientarsi nella nebbia di guerra ma secondo quanto affermato da esperti consultati dal Wall Street Journal, il regime degli ayatollah avrebbe ancora il controllo di Hormuz grazie alla presenza di una flotta di piccole imbarcazioni veloci (la cosiddetta Mosquito Fleet) progettata per controllare la via navigabile con missili, mine e azioni di disturbo ai danni delle navi mercantili. Le dimensioni ridotte delle imbarcazioni controllate dalle Guardie Rivoluzionarie sarebbero tali da permettere di sfuggire alla loro individuazione tramite satelliti.
Il Centcom ha dichiarato il 6 aprile di aver affondato oltre 155 navi dei pasdaran ma, come precisa il quotidiano Usa, la maggior parte dei danni sono stati inflitti alla marina “convenzionale” iraniana. Gli analisti sostengono che la marina iraniana avrebbe perso sei delle sue sette fregate, due corvette e un sottomarino. Tra gli attacchi più rilevanti figura il siluramento, nell’Oceano Indiano vicino allo Sri Lanka, della nave da guerra IRIS Dena, con circa 180 militari a bordo. Washington sarebbe poi riuscita a distruggere anche alcune delle unità da combattimento più avanzate delle Guardie Rivoluzionarie e la nave portadroni nel Golfo, la Shahid Bagheri.
Come si anticipava, però, a rappresentare un’ineludibile minaccia nelle acque di Hormuz è la Mosquito Fleet. Secondo gli esperti oltre il 60% della flotta di motoscafi e imbarcazioni d’attacco rapido di Teheran sarebbe ancora intatta. I pasdaran starebbero usando bunker sotterranei lungo la costa rocciosa dello Stretto per nascondere questa flottiglia letale.
La Repubblica Islamica ha cominciato a puntare sui barchini dopo che gli Stati Uniti affondarono in un solo giorno, nell’aprile del 1988, gran parte della flotta iraniana. Un raid che scattò dopo che una fregata americana urtò una mina durante la cosiddetta Guerra delle Petroliere. Un’iniziativa che in queste settimane ha confermato l’efficacia della “strategia asimmetrica” adottata dal regime degli ayatollah e portata avanti anche dalle incursioni dei droni navali.
In base ai dati riportati dal Wall Street Journal, dall’inizio del conflitto il 28 febbraio scorso, l’Iran ha effettuato 50 attacchi contro navi nel Golfo Persico o nello Stretto di Hormuz mettendo
sotto scacco non solo gli Stati Uniti ma l’intera economia globale. Il fallimento dei colloqui di Islamabad riporta dunque adesso l’attenzione sul vero epicentro di un conflitto che potrebbe tornare presto ad infiammarsi.