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Guadalcanal: l’isola presa in un giorno, difesa per sei mesi

Il primo sbarco anfibio dei Marines americani segnò l’inizio della guerra terrestre nel Pacifico, svelando una dinamica che ancora oggi potrebbe pesare sulle opzioni militari contro l’Iran: le isole si conquistano in fretta, ma si pagano a lungo

Guadalcanal: l’isola presa in un giorno, difesa per sei mesi

Nel 1942 la guerra per acquisire il predominio nel Pacifico arrivò nelle Isole Salomone, un remoto protettorato britannico che sorgeva circa 1200 chilometri a est della Nuova Guinea. Un arcipelago esotico e selvaggio, composto da piccole isole vulcaniche circondate da barriere coralline, dove sottili lingue di sabbia bianca conducevano a giungle impenetrabili, che si alternavano a creste scoscese e vallate profonde capaci di ammaliare chiunque le osservasse, rivelandosi un paradiso terrestre decisamente ostile per un invasore impreparato. Lì, dove le piccole tribù isolane vivevano ancora secondo ritmi ancestrali, il conflitto mondiale palesò la complessità delle operazioni anfibie che si erano poste come obiettivo la conquista e il controllo dei piccoli avamposti emersi.

Fino a quel momento gli Stati Uniti e l’Impero giapponese si erano affrontati soprattutto nei cieli e sulle acque del Pacifico nelle grandi battaglie aeronavali come quella che si combatté a Midway, ma la guerra terrestre, quella vera, non era ancora iniziata, sebbene l’America fosse entrata in guerra da quasi un anno, dopo essere stata colpita a Pearl Harbor nel tragico 7 dicembre del 1941. L’esercito di Washington - e in particolare il Corpo dei Marines - non aveva mai tentato un grande sbarco anfibio, e le Salomone sarebbero state il banco di prova.

Le forze imperiali giapponesi compresero subito il valore strategico dell’arcipelago e iniziarono l’occupazione nel gennaio del 1942. Da Bougainville, a nord, fino a Makira, a sud, una catena di quasi un migliaio di chilometri che permetteva di controllare le rotte verso l’Australia. Una linea immaginaria che oggi ritroviamo nelle analisi delle manovre navali cinesi, ma questo è un tema troppo ampio per essere affrontato in questa occasione.

Il quartier generale venne stabilito a Rabaul, sull’isola di New Britain, trasformata rapidamente in una potente base operativa. Nel luglio dello stesso anno, i giapponesi sbarcarono su Guadalcanal e iniziarono la costruzione di una pista d’atterraggio sulla costa settentrionale, mentre sull’isola vicina di Tulagi prendeva forma una base per idrovolanti. Da lì, Tokyo avrebbe potuto sorvegliare il Mar dei Coralli e minacciare direttamente le linee di rifornimento alleate verso l’Australia.

Per gli Stati Uniti, quella era una linea rossa. Il giorno successivo allo sbarco giapponese, Washington prese la decisione: colpire. E farlo subito, il prima possibile.

Con appena un mese di preparazione, venne pianificata la prima grande operazione anfibia americana della Seconda guerra mondiale. Il 7 agosto 1942, circa 19.000 uomini della 1ª Divisione Marines avanzarono verso Guadalcanal, Tulagi e le isole Florida, preceduti dai bombardamenti dei B-17 e coperti da una task force di portaerei. Le navi da guerra aprirono il fuoco mentre i primi reparti mettevano piede a terra sotto una copertura nuvolosa che garantì l’effetto sorpresa.

A Guadalcanal, su quella che era stata codificata come “Red Beach”, i Marines del 5° Reggimento sbarcarono senza incontrare resistenza. Le prime ondate avanzarono rapidamente, seguite da unità pesanti ed elementi del genio che iniziarono subito a fortificare la testa di ponte. Poco dopo, anche il 1° Reggimento Marines si riversò a terra, pronto a puntare verso gli obiettivi principali: Lunga Point, dove sorgeva l’aeroporto in costruzione, e il monte Austen.Mentre sulla spiaggia i rifornimenti si accumulavano con difficoltà logistiche crescenti, nell’entroterra la giungla rallentava ogni movimento. In alcuni settori, avanzare di poche centinaia di metri richiedeva ore. Ma lungo la costa, tra piantagioni di cocco e radure, i Marines riuscirono a muoversi più rapidamente, travolgendo le deboli posizioni giapponesi.

Il colpo decisivo arrivò quando il 1° Battaglione del 5° Marines aggirò la giungla e conquistò l’aeroporto quasi intatto: hangar, officine, rifugi e una pista di oltre mille metri. Il cuore della presenza giapponese sull’isola era caduto in mano americana.

A Rabaul, che era a oltre 800 chilometri di distanza, la reazione giapponese fu inizialmente incerta. I comandi interpretarono lo sbarco come un semplice raid, non come un’invasione su larga scala. Solo nel pomeriggio partirono i primi contrattacchi aerei, che danneggiarono alcune unità americane, mentre una forza navale si mise in rotta verso Guadalcanal.

L’8 agosto, nuovi bombardamenti giapponesi colpirono la flotta alleata: il cacciatorpediniere USS Jarvis e il trasporto USS Elliot andarono perduti. Le portaerei americane Enterprise, Saratoga e Wasp, dopo aver lanciato oltre 1.300 sortite in due giorni, furono costrette a ritirarsi per mancanza di carburante e per la minaccia dei siluri nemici. A terra, intanto, la situazione era sotto controllo. Le perdite americane erano contenute, mentre i circa 3.000 giapponesi presenti tra truppe da costruzione e reparti navali vennero rapidamente sopraffatti: oltre 800 morti o prigionieri, gli altri dispersi nella giungla. Ma ben presto il comando americano per le operazioni nel Pacifico dovette fare i conti con una spiazzante realtà: quella di Guadalcanal era solo l’illusione di una vittoria rapida.

Nella notte tra l’8 e il 9 agosto, la potente flotta giapponese, tra le migliori al mondo nel combattimento notturno, si avvicinava silenziosa alle acque dell’isola. La vera battaglia era appena iniziata. E sarebbe durata molti mesi, mettendo a dura prova le forze americane, che impararono un’importante lezione: la differenza tra la conquista di un avamposto isolano di alto valore strategico, e la capacità di tenerlo.

Oggi, nel Golfo Persico, si parla sempre più apertamente della possibilità che i 5000 Marines della 31ª Unità di Spedizione dei Marines, che sta facendo rotta con il gruppo guidato dalla USS Tripoli, possano ricevere l’ordine di portare a termine “un’operazione simile” contro Kharg Island, un piccolo lembo di terra di appena 25 chilometri quadrati che, come Guadalcanal nel 1942, vale molto più delle sue dimensioni, e sorge a poca distanza dalle coste iraniane. Da lì passa, o sarebbe meglio dire passava, circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Ed è noto che questo hub, considerato un obiettivo dimostrativo e strategico dal Pentagono, sia circondato da infrastrutture militari, radar e sistemi missilistici. Nella giornata di ieri la notizia di un’ulteriore mobilitazione di 10.000 soldati americani, non ha fatto altro che confermare l’ipotesi che la Casa Bianca sia “pronta” a lanciare la prima operazione terrestre della nuova guerra del Golfo, se i negoziati che hanno stabilito una tregua fino al 6 aprile dovessero fallire.

Se la storia può insegnarci qualcosa, dovrebbe ricordarci che conquistare un’isola è la parte più semplice. Il vero problema è resistere. Guadalcanal dimostrò che anche una forza sorpresa, isolata e inizialmente inferiore può trasformare un’isola in una trappola mortale per chi sbarca. Il corpo di spedizione inviato da Washington, che dovrebbe comunque esporti al complesso attraversamento dello stretto di Hormuz, potrebbe rischiare di impantanarsi in uno scontro con i Guardiani della rivoluzione che, secondo gli analisti militari, sono forti di 190.000 uomini e possono ancora contare sulla forza d’élite Quds, specializzata nella guerra asimmetrica.

Un’eventuale operazione su Kharg, a poche decine di chilometri dalla costa iraniana, sotto la minaccia costante di droni, missili e attacchi dal mare, rischierebbe di replicare quello stesso schema: una vittoria tattica immediata, seguita da una lunga e costosa battaglia per il controllo di un semplice avamposto che nelle dinamiche della guerra moderna non concederebbe alcun vantaggio reale. Perché nella guerra anfibia, ieri come oggi, il problema non è arrivare a terra. È restarci senza dover affrontare gravose, anzi, insostenibili, perdite.

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